#6 Dischi di giugno (con l'➑) ∞

Lisa Germano - Geek the Girl (4AD, 1994)

Lisa Germano, recensione Geek the Girl, 4AD, 1994
They don't like women to be frightening, you know?
(“The Muse interview with Lisa Germano”, ottobre 1995)

 Mi sono sempre ostinato a voler scorgere più o meno plausibili punti di contatto tra il terzo album di Lisa Germano e il vuoto lasciato dal colpo di fucile con cui Kurt Cobain -giusto sei mesi prima della pubblicazione di questo “Geek the Girl”- ha dato il suo estremo addio al mondo. Non riesco a non notare una certa continuità tra il lato più introverso e inquieto del grunge e il capolavoro della musicista americana, capace di traghettare in altra guisa (la materia, qui, è un chamber folk che germina tra ruggini alt-rock) molti degli stilemi di quella stagione: c'è la provincia (la Germano è di Mishawaka, Indiana), con la sua generazione masticata e sputata in una fine millennio de-ideologica, vuota e immobile (“songs for people who are stuck but they want to go somewhere else”), c'è la rudezza del sound, c'è un lirismo scontroso che fa dell'Io il baricentro privilegiato di generazioni spezzettate, frammentate, sole, senza collante (anche il cinema coglie lo spirito di questa nuova blank generation insoddisfatta e annoiata, si pensi agli adolescenti di film come “American Beauty” e “Ghost World”, o al girovago bohémien/nullafacente/naufrago di “Naked”).

L'universo di Lisa Germano, però, è tutto femminile: è questo lo spettro attraverso cui filtrano le sensazioni, il mood, di questo lavoro. “Geek the Girl” è un personale “romanzo di formazione” nichilista, infestato dalle insicurezze e dai fantasmi di una donna che ripercorre le angosce e le minacce -reali o figurate- incontrate lungo il percorso che porta dall'adolescenza alla maturità. Lisa Germano riesce però a trasfigurare il particolare in universale, dando voce, per mezzo di un registro denso di trasposizioni allegoriche, a tematiche perlopiù trascurate dal rock, liberando così, in un esorcismo condotto con rabbia strozzata, presenze scomode ed ingombranti (si pensi a “… A Psycopath”).

My Secret Reason” rappresenta così il primo passo di un percorso tormentato ma completamente sotto il controllo dalla Germano, che scrive, suona e produce in piena autonomia, affiancata da sporadici collaboratori (Jay Joyce, co-autore di “Cry Wolf”, oltre che il batterista Kenny Aronoff e del chitarrista -oltre che produttore del precedente “Happiness”- Malcolm Burn) ma sostanzialmente padrona della sua creatura. Il risultato è una produzione casalinga a base di chitarra elettrica (grave, sporca, in bassa fedeltà) e voce, condita da scarni arrangiamenti elettrici sullo sfondo. “I don't know much of Jesus, but I feel the need for a prayer”, canta la Germano, che nonostante i dubbi sembra anche covare qualche certezza: “dumb as I am, I know this / in power rules the world and it's people who die”. In questo movimento oscillante tra speranza salvifica e cedimento di fronte alle più spaventose evidenze, si fa strada, subdolo, quel motivetto siciliano totalmente fuori posto, leitmotiv stridente e noncurante, in grado di amplificare il senso di inquietudine complessivo.


Ogni brano è come annebbiato: si pensi alle bellissime “Trouble” (cupo dream-folk a base di piano e basso) e “Geek the Girl” (dove spunta per la prima volta un ritmo, seppur essenziale), entrambe immerse negli interventi elettroacustici di una chitarra tremola e fluttuante che si espande come macchie di benzina su una pozzanghera, trasfigurando la narrazione su un piano onirico, se non addirittura allucinato. Come non parlare di semi-incoscienza, poi, per la nenia stralunata di “Cry Wolf”, condotta sottobraccio da un timido arpeggio attraverso strati di riverberi nei quali tutto si perde sfumando (la voce, l'infantile flauto leggermente fuori tono, il progressivo acquisire corpo delle chitarre), o per la splendida “Sexy Little Girl Princess”, in cui Lisa Germano si dimostra geniale ideatrice di arrangiamenti stranianti e ossessivi, che qui prendono forma nelle puntellature gotiche di dulcimer su linee stridule di violino (tornano alla mente i Dead Can Dance più eterei, o la Nico di “Desertshore”, ma anche la trasposizione della favola di “Cappuccetto Rosso” in “The Company of Wolves” di Neil Jordan: il monito contro le insidie del “lupo cattivo” è tema centrale in “Geek the Girl”). A trasformare l'angoscia in incubo ci pensa “...A Psychopath”, vero tour de force innestato sulla registrazione di una reale chiamata al 911 da parte di una donna assediata dal suo stupratore. La performance della Germano tiene il passo con il crescendo drammatico: non si può non uscire turbati da questo ascolto (“The night I mixed that, I couldn't sleep at home”, rivelerà in un'intervista).


Tra gli elementi caratterizzanti della proposta, non ultima la scrittura di canzoni orecchiabili e melodiose, nonostante tutto. Si prenda “Cancer of Everything”, ammiccante a dispetto di versi come “Oh, I got cancer of everything / It sure works for me / So this is a happy song / And nobody seems to care / And my shit is everywhere”, o la conclusiva “Stars”, apparentemente meno desolata ma portatrice di un messaggio non certo rassicurante (“I love my man, could it be he takes me there”), o anche i bellissimi brani strumentali “Just Geek” e “Phantom Love”.

Lisa Germano, come molti fuoriclasse, è estranea al mondo dello show business (l'infelice esperienza durante il tour degli Smashing Pumpkins parla da sola: “They were complete assholes and it fucked me up. They were irresponsible. Billy is very egocentric”) e poco capìta al di fuori di una cerchia piuttosto ristretta (dopo “Slide”, a causa dell'insoddisfacente risultato commerciale, la Germano sarà costretta ad abbandonare la 4AD). “Geek the Girl” rimane però un grande classico, e come tutti i grandi classici è spaventoso e slegato dagli schemi. Il terzo album dell'artista di Mishawaka rappresenta uno dei maggiori sforzi autoriali degli anni Novanta: un gioiello ibrido capace di raccogliere il rock alternativo di fine anni Ottanta e riproporlo in una personalissima chiave chamber, di guardare a certe movenze slowcore oltre che al lato più intimista dell'universo dream pop. Tutto questo reso incredibilmente bello grazie al suo essere inestricabilmente legato all'immaginario e alla persona di Lisa Germano, autrice di un'odissea sonora e narrativa di grande impatto. Un'opera grande, per la quale non si ringrazierà mai abbastanza.


Recensione tratta da: http://www.storiadellamusica.it/cantautori/cantautori_anni_90/lisa_germano-geek_the_girl(4ad-1994).html

Commenti