#6 Dischi di giugno (con l'➑) ∞

Marc Augé e i Nonluoghi: per una critica

Augé nonluoghi eleuthera critica
Il “nonluogo” è diventato, nel tempo, uno dei più pervasivi ed abusati neologismi contemporanei. Un concetto dotato di grande potere evocativo, capace di esprimere sinteticamente tutte le caratteristiche (o le non-caratteristiche) di un mondo spogliato di socialità, dominato da luoghi funzionali dove vigono pseudo-relazioni fredde, anonime e precarie. Il centro commerciale, l’aeroporto, il treno ad alta velocità, l’autogrill: una pluralità di contesti accomunati da un’unica e generica parola.

Cosa intende Marc Augé parlando di “nonluogo”?
La prima necessità di Augé è quella di dare legittimità ad una “antropologia del vicino” fondata non tanto sull’esaurito campo di ricerca di mondi lontani ed esotici, quanto sulle caratteristiche proprie di una nuova modernità occidentale, definita da Augé “surmodernità”.
Il mondo contemporaneo andrebbe letto secondo il metro dell’eccesso e della “sovrabbondanza”. Sovrabbondanza di avvenimenti (e dunque di tempo) causata da una “storia che accelera” (“che ci insegue”, nelle parole di Augé) e a cui non riusciamo a stare dietro, con la conseguente difficoltà nel dare un senso complessivo ad un presente fatto di avvenimenti globali in costante proliferazione.
L’esito non può che essere una “crisi di senso” esemplificata dalla caduta delle vecchie ideologie da cui ora ci sentiamo “delusi”, vista la loro incapacità di dare forma ad un mondo che percepiamo come informe. Sovrabbondanza di spazio causata dalla rapidità dei mezzi di trasporto e dalle tecnologie che avvicinano ciò che prima era lontano, appiattendo la molteplicità in un tutto omogeneo (bypassando, come le autostrade, i luoghi d’interesse, evitando “l’intimità della vita quotidiana” dei luoghi). Sovrabbondanza, infine, di ego, di individui che “si considerano mondi a sé” e che cercano, non senza di difficoltà, di dare un senso alla sovrabbondanza di avvenimenti e di spazio senza l’aiuto delle grandi narrazioni del passato che fornivano, oltre ad una interpretazione, anche uno strumento di identificazione collettiva.
Il contesto della surmodernità è quello dove i luoghi, che sono per Augé “spazi identitari, relazionali e storici”, vengono sostituiti dai nonluoghi, cioè, specularmente, spazi non identitari, non relazionali e non storici. Se il presente moderno integra il passato nel presente, la surmodernità crea nicchie della memoria dove il passato viene “circoscritto”, dove l’individuo è solo tra una folla di individui che non creano, ma subiscono, lo spazio. Il nonluogo per Marc Augé si definisce quindi non solo in rapporto alle finalità dello spazio, ma anche al rapporto che gli individui intrattengono con esso. Più nel dettaglio, il nonluogo appare come uno spazio “de-socializzato” dove l’individuo si confronta non con altre persone ma con dei meri “testi” che suggeriscono, o più direttamente intimano, l’uso del nonluogo secondo un sistema codificato di regole (dove andare, cosa fare, quanto tempo aspettare, quanto pagare, eccetera).
L’individuo “surmoderno” vive in un mondo funzionale, è l’uomo alienato, è l’individuo medio che si fonde nella folla pur reclamando la sua problematica individualità.

Il nonluogo esiste davvero?
Nonostante il potere apparentemente esplicativo del neologismo formalizzato da Marc Augé, non riesco a non percepire una sua debolezza concettuale, debolezza che peraltro viene riconosciuta dallo stesso autore quando ammette che il nonluogo “non esiste mai sotto una forma pura”. Luogo e nonluogo sono dunque opposizioni vaghe, che nella realtà si compenetrano e confondono. Quali sono allora i confini tra l’una e l’altra rappresentazione spaziale? Cosa distingue davvero uno spazio identitario da uno spazio non identitario? L’impressione è quella di un termine più evocativo che utile come categoria di differenziazione, più esemplare che analitico.
Il concetto di “nonluogo” sembra allora iscriversi in un tentativo (quello di creare nuove parole capaci di essere non solo sensazionali, ma anche esaustive, onnicomprensive e “creatrici di senso”) comune a molti commentatori della postmodernità, legati tra loro dall’idea che il mondo vada in primo luogo raccontato, che la realtà sia una narrazione e che, per creare realtà alternative, bastino narrazioni -e quindi parole- alternative (penso ad Antonio Negri e alle sue “moltitudini”, a Zygmunt Bauman e al suo concetto di “società liquida”, ai “naufraghi” di Žižek, o ancora alla “società del rischio” di Ulrich Beck).
Non è solo questo a rappresentare un problema. L’individuo dipinto da Augé sembra essere nient’altro che una vittima della surmodernità intesa come una forma di spazialità indipendente e strutturante: gli individui moderni sono spettatori passivi, non sembrano avere alcun ruolo attivo in una Storia che al massimo possono provare ad interpretare. Si ritrova qui l’insistenza sull’aspetto “narrativo” (il nonluogo come regno testuale, il bisogno di narrazioni dotate di senso), che si salda a quella che sembra essere l’unica facoltà dell’uomo: l’organizzazione simbolica di una realtà materiale “cosificata”, penetrabile solo attraverso mediazioni simboliche, accessibile solo indirettamente. L’uomo è principalmente creatore di senso, ed è proprio la mancanza di senso a differenziare la modernità dalla surmodernità, i luoghi dai non luoghi. Lo spazio proprio dell’uomo non è tanto quello dell’intervento materiale ed intellettuale su un mondo che l’uomo stesso contribuisce a formare, quanto quello della sua “lettura”. La descrizione delle varie forme di antropizzazione dei luoghi nelle epoche pre-moderne sembra essere pervasa da un malcelato senso di nostalgia, con il risultato che i luoghi di culto tribali appaiono più “antropici” e antropizzati di un aeroporto contemporaneo, il rapporto magico con il suolo natio appare più umano di quel “funzionalismo diretto” che assoggetterebbe gli individui ai nonluoghi. Quello che Augé sembra dimenticare è che il rapporto dell’uomo con la natura (o con i luoghi) è sempre mediato dalla forma sociale (G.A. Cohen, 1980), e che i luoghi sono sempre “condizionati dai processi di relazione che creano, sostengono e dissolvono i luoghi stessi” (Harvey, 2009), che si tratti del villaggio ancestrale o del centro commerciale odierno.
Il rapporto dell’individuo moderno con la modernità descritto da Augé è invece un rapporto di totale rottura: l’uomo non si riconosce più nello spazio, ma ne è inglobato e dominato, come se qualcosa (un potere non meglio definito) avesse espropriato i gruppi umani della facoltà di costruire una spazialità sociale attiva, vissuta, dotata di senso. La surmodernità è uno “spirito dei tempi” disgregatore e al contempo livellatore, che separa gli individui da ogni rapporto di senso con il mondo. Invece di indagare la natura delle conformazioni sociali nei nuovi luoghi del capitalismo globale, Marc Augé nega la possibilità stessa dell’elemento sociale al loro interno. Il nonluogo, per Augé, è uno spazio tecnologico-funzionale di dominio socialmente neutrale. L’errore, mi pare, è quello di reificare -o idealizzare- i centri nevralgici dello scambio, della produzione e del commercio (che implicano in quanto tali rapporti e relazioni) contemporaneo.
Separare gli elementi relazionali dai luoghi che non sono altro che l’espressione del grado di sviluppo delle forze produttive, e quindi dei rapporti sociali di produzione, appare un’operazione illecita. Come scrive David Harvey i luoghi sono “artefatti ecologico-materiali e intricati network di relazioni sociali”, e sono il “prodotto distintivo di un potere sociale e politico-economico istituzionalizzato” (Harvey, 1996). Per quanto funzionale e alienato, l’aeroporto (o l’autogrill) è prima di tutto un luogo sociale che esprime un definito set di identità e di relazioni e che si colloca lungo un preciso percorso storico. Essere un utente (un passeggero, un consumatore, eccetera) non è una proprietà instillata nei singoli individui, ma l’espressione di una relazione tra individui all’interno di un’organizzazione sociale, più precisamente all’interno di un sistema dove il valore di scambio (definito da G.A. Cohen come “l’esistenza sociale delle cose”) assume una sembianza immediata, dove quindi i rapporti sociali propri del capitalismo, lungi dal perdere il loro connotato sociale, appaiono nella loro forma più pura, quella mediata -senza maschere- dal denaro.

In definitiva il termine “nonluogo” è seducente ma mistificatorio: invece di riconoscere i luoghi della modernità come parte (per quanto conflittuale, alienata, degradante) del processo di produzione e riproduzione di un dato sistema sociale, Augé li rende enti indipendenti, impermeabili da forme di appropriazione creativa e oppositiva. I luoghi esprimono potere in quanto tali, finiscono con il creare gli uomini, non viceversa, con lo strano risultato di un’antropologia feticista che si occupa dei luoghi come soggetti e degli individui come oggetti.

Commenti