#6 Dischi di giugno (con l'➑) ∞

Rockstar

racconto Matteo Castello rockstar


Basta, la vita da rockstar non faceva proprio per lui. Se la immaginava diversa, tutto qui.

Suonava la chitarra da quando aveva scoperto tra gli scaffali del fratello maggiore un disco dei Led Zeppelin. In copertina c'erano delle figure bionde ed efebiche che si arrampicavano lungo una scalinata rocciosa sotto un cielo arancione. Era attraente, quella copertina. E poi quando aveva sentito per la prima volta Over the Hills and Far Away aveva deciso: io voglio fare questa cosa qui. 
La sua prima band si chiamava “Sbotto”, un trio inconsapevolmente punk che -dopo anni di prove e concertini domestici per pochi adepti- aveva esordito ufficialmente alla festa di fine anno della seconda liceo. Si era rotto il “re” e visti i tempi biblici per sostituire quella corda la cui mancanza, peraltro, non avrebbe compromesso la discutibile prestazione, ci si era dovuti arrendere e lasciare la scena al gruppo successivo.
Dopodiché c'era stata la cover band dei Nirvana, che non aveva attecchito perché nei locali andavano forte gli Ad/cD, ultra-trentenni dediti alla riproduzione perfetta dei brani degli AC/DC. 

Tutti, nel frattempo, erano cresciuti: chi aveva continuato a studiare e chi no, ma la band era rimasta in piedi. Ognuno aveva affinato la tecnica e il gusto. La musica era rimasto il collante che permetteva al trio di mantenere i rapporti nonostante le diverse scelte di vita e di città universitaria. Il week-end, quando tutti tornavano in città dopo le rispettive settimane di studio e di lavoro, era stato consacrato -fosse cascato il mondo- alle prove.

Durante la settimana lui faceva il pescivendolo. L'attività l'aveva ereditata da uno zio che fin da piccolo gli aveva insegnato il mestiere, portandolo in mare e insegnandogli a pulire il pesce, a vendere la merce, a fare gli ordini, eccetera. Nella sua pescheria si lavorava tanto ma ci si divertiva anche un sacco. Gira che ti rigira le battute più frequenti riguardavano l'ambiguità della parola “pesce”. Una volta un signore tutto distinto era entrato nel negozio e aveva esordito dicendo “oggi ho proprio voglia di un bel pesce”, e Cecco non era riuscito a trattenersi e gli era scoppiato a ridere in faccia. Vuoi il pesce di qua, vuoi il pesce di là, quel motteggio era diventato un mantra che riusciva sempre a strappare un sorriso e a spezzare la tensione nei momenti più pieni. Bastava una signora che chiedesse “il pesce” per far scattare un intrico di occhiatine complici e stupide. Poi c'erano anche le cose serie: Mimmo passava le mezzore a spiegare ai clienti come cucinare per bene il branzino, la rana pescatrice, lo scorfano o il rombo, o come preparare il perfetto sugo allo scoglio.

C'era stato un periodo in cui il gruppo si era seriamente interrogato su quale genere fare proprio, su come proporre qualcosa di mai sentito, di personale, di innovativo. Fecero un patto: ascoltare tantissima musica, sacrificando anche la pratica, se necessario. E così il batterista si era fissato con l'afro-jazz, pretendendo di infilare un assolo di marimba in tempo dispari dopo che la chitarra aveva sfoderato un riff rumorosissimo e distorto alla maniera di certe band noise-core giapponesi, mentre il bassista aveva scoperto il minimalismo e prediligeva linee ripetitive e austere: due note al massimo infilate in sequenza. Di un ritornello orecchiabile nemmeno l'ombra. La cosa non aveva funzionato subito: fu più che evidente la volta che si ritrovarono a suonare da soli sul palco del pub in centro, con i clienti assiepati nel déhor. Era novembre e quella sera pioveva.
A testimonianza di quella stagione di fermento creativo fu registrato un Ep auto-prodotto contenente quattro tracce salvate da una decina di composizioni più o meno complete. E fu proprio a partire da quella breve testimonianza che le cose iniziarono, almeno apparentemente, a volgere in meglio. Una rivista di settore parlò della registrazione come di una “acerba ma sfavillante prova di esuberanza creativa, come se tre diplomati in conservatorio giocassero a suonare come dei perfetti incompetenti (con grandissima capacità di immedesimazione), in un continuo imbastardimento sonoro, in una perenne giravolta art-rock”. I locali iniziarono a chiamare e i tre si trovarono ben presto con una manciata di date. Cinque serate, tra Milano e Bari, oltre duemila chilometri.
L'entusiasmo, però, era alle stelle. Sarebbe stata un'avventura: non si erano mai concessi un vero viaggio, e adesso era il momento di recuperare. Entrarono al primo autogrill come delle star, con le stesse movenze di un Jimi Hendrix in un club della swinging London. Cappuccino, brioche, sosta al cesso e di nuovo sulla Punto del batterista caricata all'inverosimile, con i finestrini giù e la musica a palla.

Il primo locale era un circolo Arci nell'hinterland milanese, da poco apertosi alla musica dal vivo grazie all'impegno di un giovane in gamba, ovviamente abbonato alla rivista che aveva lanciato la band esordiente. Prima di loro avevano suonato i “Polis”, duo che recitava poesie militanti su una base di violino elettrico, e gli “UpBit”, collettivo hip-hop di Gallarate. Il concerto iniziò a mezzanotte davanti a 20 persone, 15 delle quali erano rappresentate dagli amici trascinati a forza dall'organizzatore, e finì mezzora dopo, quando davanti al palco era rimasto lui, imbarazzatissimo, la sua ragazza, spalmata su una sedia e palesemente annoiata, più un paio di individui esageratamente entusiasti, probabilmente per via di qualche sostanza assunta nel corso dell'esibizione. Quella notte i tre si ubriacarono in compagnia del gestore del locale, un vecchietto simpatico che aveva tantissime storie da raccontare su com'era bella Milano negli anni Settanta e su quanto si ciulava ai raduni pop al Parco Lambro. Da bere, chiaramente, tutto offerto. Il giorno dopo si rimisero in strada con un gran mal di testa, direzione Sassuolo, vicino a Modena. Il guadagno della loro prima data era stato di sessantacinque euro, frutto della generosa colletta degli avventori del locale.
Il tour fu un disastro economico. Tornati a casa avevano accumulato un passivo di 500 euro, e la loro traversata della penisola aveva coinvolto un centinaio di persone al massimo. In un locale in Puglia c'erano state tre persone ad ascoltare (uno era un ispettore della Siae che una volta finito il concerto si curò con grande dovizia di verificare la corretta compilazione del borderò). C'era il mare, laggiù, e la sera si ubriacarono e si buttarono in acqua divertendosi come scemi. Dalle parti di Perugia un tizio aveva fischiato a metà concerto e aveva tentato un'invasione di palco al grido di “I CCCP non ci sono piùuuuuu!!!”. Il pubblico non sembrava interessato alla proposta, anzi ne sembrava disturbato, come se non riuscisse a raccapezzarsi tra quei cambi di tempo disordinati e quelle frasi di chitarra caotiche e convulse. Vendettero cinque copie dell'Ep, altre le regalarono per far colpo su tipe carine incrociate lungo il viaggio, senza ovviamente ottenere particolari segni di gratitudine.

Ritornarono a casa con diversi aneddoti divertenti per gli amici. Se la erano anche goduta, in fondo, ma l'esperienza “promozionale” era stata negativa, insostenibile: erano stanchi, più poveri di prima, e non erano riusciti a far funzionare la loro musica. La città ora sembrava ancora più ostile: inizialmente immaginavano che sarebbero tornati come dei vincitori, come gli hobbit nuovamente nella Terra di Mezzo dopo nove ore di trilogia, spavaldi e scafati. Invece no, in città continuavano ad ignorarli come musicisti. Uno rimaneva il pescivendolo di via re Umberto, l'altro il figlio del giornalaio, l'altro ancora nessuno sapeva nemmeno chi fossero i genitori. Solo un giornaletto locale, “La Voce della Città”, aveva parlato di loro: 1800 battute in cui sembrava che la band avesse portato in giro per l'Italia l'orgoglio della provincia più che una qualche proposta artistica. Che articolo di merda. Cazzo se ne frega, non lo leggerà nessuno!
Per un po' non si parlò più di prove, di scelte stilistiche o del progetto di fare da spalla ai Foo Fighters all'Heineken Jammin' Festival.

Un venerdì sera, nonostante i due amici fossero fuori città, lui decise di uscire lo stesso. Aveva voglia di una birra, aveva voglia di immergersi nella calca del centro. Il pub in piazza poteva andare bene. Entrò e fu subito accolto dalle note di “Highway to Hell”. Si sedette al bancone e ordinò una birra media. Tutto attorno la gente beveva, rideva, ballava sotto il palco, in una frenesia che si ripeteva ogni fine settimana. La birra era fredda e c'era un buon dito di schiuma in cima. Quando stava in pubblico tendeva ad isolarsi, ma non perché non gli piacesse la gente, anzi: si sentiva bene perso nella folla, ma non voleva farsi notare, voleva osservare senza essere osservato. Era a metà birra quando notò che una ragazza dall'altra parte del bancone lo stava scrutando. Pensò che stesse guardando qualcuno alle sue spalle. No. Ce l'aveva proprio con lui. Per un po' cercò di far finta di niente. Poi, vista la situazione ormai palesemente imbarazzante, accennò un sorriso. Lei si alzò, con la scusa di ordinare, e andò a sedersi proprio lì vicino.
-Ma tu sei quello che suona in quel gruppo, come si chiama, dove suona anche Fra'!
-Sì... Ma dai, ci conosci? Pensavamo di essere riusciti a mantenere l'anonimato.
Scherzava, ma il fatto di essere riconosciuto per la prima volta come “quello che suona in un gruppo” gli dava un certo orgoglio.
-Vi ho visti suonare tempo fa, proprio qui al pub... Assomigliate a certi gruppi strani che ascolta mio fratello... Che fuori, mio fratello! Quella volta sono uscita subito perché mi aspettava un'amica fuori, ma qualcosa ho sentito: siete bravi!
-Pensa che sei la prima che ce lo dice, e poi quella sera praticamente abbiamo suonato da soli... Grazie comunque!
-Prego!
Era simpatica quella ragazza, e poi lo guardava dritto negli occhi mentre parlava, e aveva dei gran begli occhi.
-Ma non avete fatto un tour per tutta Italia? L'ho letto sulla Voce, ci scrive mio cugino, l'ha fatto lui quel pezzo. Vi sarete divertiti eh? Avrete fatto le rockstar!
-Più o meno, dai. Sì, la vita da musicista è dura, sai, molto impegno, le prove che non si possono proprio saltare... E poi i chilometri per andare da un posto all'altro... Ma ci sono anche le soddisfazioni, no?
-E me lo chiedi a me? Sarà così per forza, sei tu il musicista.
Quella sera la passarono a chiacchierare e a bere al bancone, lasciando ben presto l'argomento “musica” da parte. Si salutarono promettendosi un caffè due giorni dopo, la domenica. Tornò a casa mezzo ubriaco, affrancato, felice come un bambino.

Il giorno dopo lo chiamò il batterista. Diceva che domenica lui e il bassista sarebbero riusciti a fare un salto in città, così si poteva provare, 'ché alla fine era un po' che si era fermi, bisognava rimettersi sotto!
Declinò. Disse che aveva un impegno importante, ma sicuramente la settimana successiva ci sarebbe stato. In cuor suo, però, sperava proprio di no. Una pausa, che sarà mai? In fondo la vita da rockstar non faceva per lui. Se la immaginava diversa, tutto qui.

Commenti