#6 Dischi di giugno (con l'➑) ∞

Eefje de Visser - Nachtlicht (Eefjes Platenmaatschappijtje, 2016)



Vincitrice dell’edizione 2009 del “Grote Prijs van Nederland” (il più importante talent show dei Paesi Bassi) nella categoria singer/songwriter, Eefje de Visser è tra i grandi nomi del pop olandese. Solide basi folk in salsa elettronica, formosità soul e r&b: questi gli ingredienti dei primi due album (“De koek”, del 2011, e “Het is”, uscito due anni più tardi), entrambi impegnati a trovare il giusto sistema di pesi e contrappesi per bilanciare le varie componenti stilistiche, prediligendo già una certa creatività nell’assemblaggio (strumenti esotici, approccio cantautoriale, una particolare eleganza negli arrangiamenti). Serviva giusto la consacrazione, ed ecco “Nachtlicht”, in grado di elevare consistentemente la formula dell’artista di Utrecht, ormai padrona dei propri codici espressivi e del tutto a suo agio nella gestione di tempi, accenti, spazi. Il passo in avanti appare quindi un vero e proprio balzo, per una proposta con tutte le carte in regola per travalicare i confini nazionali, riuscendo nell’impresa di proporre un suono maturo, rifinitissimo e per molti versi inedito. 

Folktronica soffusa, notturna, alla maniera di Marika Hackman, che si sposa con un gusto elettronico oscillante tra eteree scenografie ambient (si parla quindi di James Blake) e pulsanti ibridazioni dance pop. Elemento caratterizzante, specie per chi abituato all’inglese come idioma dominante in ambito pop, l’olandese di Eefje: una lingua incredibilmente musicale e duttile, capace di assumere la morbidezza del francese, le spigolosità del tedesco, la scioltezza dell'inglese.

Proprietà, queste, ampiamente dipanate nella prima “Scheef”, folktronica chiaroscurale che procede placidamente, senonché i nugoli di patterns glitch si fanno più insistenti, e allora entra un synth irradiante (memore dell'ultimo East India Youth), la voce si moltiplica ed espande, e il pezzo muta in un crescendo in accumulo da capogiro. È evidente, qui, un rigore compositivo mai sentito finora. “Mee” è un'altra sorpresa: electro-pop morbido, melodicamente ineccepibile (ricordate, almeno un po', gli Arthur Beatrice?), garbatamente dance, ma al contempo passato attraverso una lettura riflessiva, soffice, onirica. L'elemento dreamy è, in “Nachtlicht”, predominante, regolando la dizione, amministrando i tempi, facendo spazio tra le tessiture: lo si sente negli spazi aperti di “Naartoe”, dal gusto cosmico e psichedelico, o nel dream folk di “Wakker”, nelle meccaniche kraute di una “Jong” portata avanti languidamente dalla dizione della de Visser, mentre si attua il solito, lento, germogliare di arrangiamenti -parti elettroniche, frasi funk di chitarra, basso propulsivo- che si risolvono in un'ampia veduta sintetica.

 
Il connubio tra meccaniche moderniste e grazia cantautoriale lascia spesso ammaliati (“Staan”, splendido r'n'b cosmico, “Stof”, infiltrata tanto da dinamiche trip hop quanto da un senso della scrittura che potrebbe anche avvicinarla ad una Julia Holter, la magica “Wacht”, a ricordare certi Vondelpark, con quegli azzeccatissimi interventi di chitarra in delay), regalandoci una complessa creatura sonica tutta da esplorare. “Nachtlicht” possiede una grande espressività, capace di far subito colpo. C'è di più, però: perché gran parte delle fragranze sono dispensate solo nel tempo, solo dopo ripetuti approcci. Ci vuole maturità per saper gestire dosaggi così equilibrati e al contempo ricchi e stratificati. Eefje de Visser, questa maturità, la dimostra tutta.

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