#5 Dischi di maggio (con l'➑) ∞

East India Youth - Culture of Volume (XL Recordings, 2015)


Il fortunato “Total Strife Forever” (2014, Stolen) aveva subito imposto William Doyle, in arte East India Youth, come grande promessa del synth-pop britannico. Una promessa che oggi, con il secondo “Culture of Volume”, conferma pienamente le attese più esigenti, portando su un livello di assoluta eccellenza le ottime intuizioni che facevano capolino nel primo album. Già, perché in fondo, nonostante la risonanza, quel primo episodio appariva sì ricolmo di idee ma non ottimamente congegnato, anzi disordinato e irrisolto, tra suite di spessa elettronica e prove di electro-cantautorato che sembravano non trovare una vera e propria sistemazione organica nel flusso sonoro.

Culture of Volume” si fa invece portatore maturo di una visione a tutto tondo, erigendo un monolite di big music per sintetizzatori dove l'approccio all'arrangiamento è imponente, sinfonico: gli strati di synth si sovrappongono e si intrecciano per creare solenni mura di suono, gli elementi si affastellano come in un mosaico, creando gonfie e ricche matasse in sviluppo ascensionale, in continua dilatazione. Ogni cosa, però, è al servizio di un songwriting altrettanto creativo e frastagliato, capace di unire eleganza formale ad inediti sviluppi futuristici. Come non pensare ad uno Scott Walker digerito prima da Gary Numan e poi da Owen Pallett?


Fatta eccezione per l'intro (“The Juddering”, rotore di synth a grana spessa sommerso da rumore bianco lentamente nebulizzato in coltri spaziali), l'intermezzo (“Entirety”, propulsione martellante di aggressiva dance music) e l'outro (“Montage Resolution”, mesmerizzante sampledelia di accordi minimalisti), l'album assegna un ruolo meno pregnante al formato strumentale, qui relegato perlopiù agli estremi come ideale cornice di un pulsante cuore left-field pop.

End Result” è il primo grande manifesto della maturità. Una successione di movimenti che procede per accumulo, dal loop iniziale ai rintocchi di vibrafono, fino all'intervento di un synth che -entro un intricato reticolo ritmico e le sontuose parti per archi- modulerà con la sua grana variabile il mood di un brano impegnato ad affrontare plurimi passaggi di stato, dalla sublimazione iniziale alla conquista di sempre maggiore densità, fino all'epica impennata della coda (uno straordinario exploit di synth baluginanti). Nemmeno il tempo di prendere fiato che il tappeto percussivo di “Beaming White” ci avviluppa nelle sue spire, tra movenze di plastico art pop alle Mew e cadenze electro in stile Pet Shop Boys. “Turn Away” procede solenne tra un fiorire di tastiere elettroniche che si ammassano per condurre le liriche di Doyle ad un'intensa cavalcata motorik dove sono metabolizzati a perfezione gli insegnamenti di Horrors e Toy (bello trovarli qui, segno di quanto pervasiva e versatile sia stata la loro proposta).



Il fatto che un brano techno-dance come “Hearts That Never” (pulsare ultrabasso della cassa misto ad un'effettistica vorticosa e scintillante, in un florilegio di effetti chiptune e di patterns breakbeat) si integri tanto bene nella scaletta è solo una delle tante occasioni per ragionare sulla compattezza di cui è dotato questo “Culture of Volume”: William Doyle ha connotato la sua proposta di una tale identità che ogni brano, pur nella sua piena autonomia, è saldamente integrato in una visione complessiva, ben maggiore della somma delle parti. Lo stesso discorso vale per i brani restanti: “Don't Look Backwards” è una sgargiante progressione melodica immersa nei riverberi di piano che ricorda il modo compositivo dei Junior Boys di “Last Exit” (ogni micro-elemento in perfetto incastro funzionale), mentre “Manner of Words” è il brano del perfetto equilibrio tra tensione drammatica/epica e gestione dei tempi, per un lento flusso dove scrittura e arrangiamento si completano e rinforzano reciprocamente (le liriche in sviluppo corale, i synth sempre più saturi che si sposano alla linea melodica punteggiata dalla tastiera), forgiando uno dei pezzi più coinvolgenti della scaletta.

Carousel” è però la vera mosca bianca di “Culture of Volume”: un diafano crescendo di volute sintetiche che creano una spianata algida, adatta perché la voce limpida di Doyle possa disegnare senza alcuna fretta una melodia dilatata, di intensità quasi devozionale, condotta verso un'inesorabile climax che si spegne in uno dei momenti più intensi che la musica pop sia stata capace di regalare negli ultimi anni (quel motivo dolente che lascerebbe presagire una stasi e invece è trasformato in estatica cascata d'organo).



L'irradiante caleidoscopio marchiato East India Youth ha una stazza davvero imponente, forgiando un linguaggio unico ed imprevedibile, che sembra avere tutte le qualità per imporsi e superare la prova del tempo. I frequenti paragoni con i maestri Brian Eno e David Bowie, per quanto lusinghevoli, rischiano però di non centrare il punto: Doyle non bazzica i territori art-schizoidi del primo né le rigide ed alienate meccaniche berlinesi del secondo. “Culture of Volume”, per quanto debitrice dei grandi del passato, è una gemma figlia del nostro tempo (da Tim Hecker ai Cut Copy, più tutto quello che c'è in mezzo e attorno), capace di innovare immaginandosi il futuro e al contempo di parlare una lingua rassicurante, ancorata al presente. È il gioco del pop, bellezza. Ed era da un po' che non ci si divertiva tanto.

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