#5 Dischi di maggio (con l'➑) ∞

Bob Dylan - The Freewheelin' (Columbia, 1963)



Il folk come ricerca delle origini, come motivo di purezza da contrapporre ad una scena, quella rock'n'roll, screditata e distrutta (tanto dalle morti celebri quanto dagli scandali di fine anni '50). Ma attenzione: il folk anche come modo di vita bohémien, anticonformista, critico.
L'immagine dell'hobo quale romantico vagabondo rimaneva solo una fonte ideale di ispirazione, che si incarnava nel morente Guthrie, un santo di altri tempi alla fine del viaggio. D'altronde Tom Paxton metteva in guardia con fare paternalistico cantando “If you see me passin' by / and you sit and wonder why / And you wish that you were a rambler too / Nail your shoes to the kitchen floor / lace 'em up and bar the door / And thank the stars for the roof that's over you”.

Insomma, nel 1960 (anno in cui Dylan approdava a New York) i tempi stavano cambiando, e le nuove istanze giovanili avevano bisogno di canali adeguati per farsi strada e attecchire. Prima c'erano stati il jazz e la letteratura beat, ora c'era (di nuovo) il folk, depositario nel senso comune di autenticità e integrità. Cosa di meglio per far breccia nei cuori della gente? Curioso (ma in realtà no: “la verità è che gli immigrati tendono ad essere più americani di quelli che ci nascono”, parola di Chuck Palahniuk) che gli alfieri di questo revival portassero cognomi come Zimmerman, Van Ronk, Van Zandt, Baez: nomi che erano già l'espressione di un melting pot slegato dall'ideologia delle classi dirigenti, manifestazione di una dialett(n)ica corrosiva che si altalenava tra origini rifiutate, soggettività da affermare (pensiamo alla stagione delle lotte per i diritti civili), identità da costruire partendo dalle fondamenta. Tutto questo era il Greenwich Village. Tutto questo era il rinascimento culturale che a partire dai primissimi anni '60 sarebbe stato destinato ad influenzare il mondo intero.


Bob Dylan incarnava perfettamente lo scorcio d'epoca del quale stiamo parlando. In più era un provinciale, uno che si portava dietro il vero cuore americano (la provincia, appunto, ma anche le origini ebree). Uno che era arrivato a New York perché “Hibbing era il vuoto assoluto. Sono andato via e ho continuato a farlo perché mi annoiavo”. Una serie di pulsioni (la fuga dalla marginalità, la tensione verso i centri nevralgici della modernità, la costruzione di una soggettività autonoma) risolte nel folk. E chi pensa che Dylan arrivò al rock'n'roll nel 1965 sbaglia. Come tutti gli adolescenti degli anni Cinquanta Dylan idolatrava Little Richards, Elvis, Buddy Holly, suonando in gruppi rhythm and blues e impomatandosi i capelli come richiedeva la moda del tempo. Furono però i circoli beat progressisti di Minneapolis a formare un giovane Zimmerman ossessionato da Guthrie e divoratore di folk. Questo il Bob Dylan che nel dicembre del 1960 giunse a New York. Il Greenwich Village (bassi affitti e brulicare di artisti, poeti, musicisti) era il luogo perfetto dove cominciare a fare sul serio.

Immortalato nella copertina del suo primo album omonimo appariva timido, paffuto, innocuo. Una posa standard che rivelava la sua reale stazza grazie a pezzi depositari di una padronanza di mezzi e fini fuori dal comune. Esercizi più che compiuti alla chitarra, talkin', vocalità oscillante tra imitazione e conquista di una propria personalità, testi intelligenti e freschi, letterari, moderni. Il personaggio col berretto di velluto aveva qualcosa di magnetico e infatti divenne subito un pezzo grosso al Folk City, facendo preziose conoscenze (su tutte Dave Van Ronk, il grande Jack Elliott, poi Carolyn Hester da cui sarà messo sotto contratto) dalle quali imparava senza mai adeguarsi alla figura di studente sottoposto. Nel frattempo leggeva i poeti simbolisti e, nel 1961, componeva Blowin' In the Wind. E tra il volto acerbo del '61 e quello scavato e severo del '64 (The Times They Are A-Changing) intercorreva un periodo densissimo che è quello che fa al caso nostro, quello di The Freewheelin', primo capolavoro che iscrisse il giovane Dylan (critica e pubblico concordi) nell'elenco dei grandi folk-singers americani.

Registrato nel corso di un lungo anno travagliato (tra il cambio di produttore, la lontananza dalla Rotolo, il viaggio in Inghilterra, l'impegno per i diritti civili) The Freewheelin' è il manifesto del nuovo folk, destinato a rimanere una pietra miliare per gli sviluppi del genere. Dal linguaggio alla forma, nonostante un rispetto di canoni solo apparente, tutto è stravolto: la leggerezza e immediatezza con la quale si aggiorna la tradizione popolare ha dell'incredibile. Il registro è quello del beatnik, le melodie sono protagoniste nello scuotere il rigore austero del genere. Il popular che diventa pop, ecco.

E allora eccoci a “Blowin' In the Wind”, talmente idolatrata che pare banale parlarne. Ma rimane innegabile la sua pervasività: così universale da poter essere cantata tanto nelle file della sinistra radicale che negli ambienti cattolici progressisti (parlo dell'Italia degli anni '70), così carica di significato da poter conquistare lo status di impetuoso anthem di protesta, ma anche piuttosto vaga e inconcludente, se vogliamo essere severi. Un pezzo indimenticabile però, anche nelle sue contraddizioni. Ma la grande scrittura la si ritrova approfondita e impreziosita nello splendido fingerpicking della ballad “Girl From the North Country”: un Dylan maturo, perfettamente conscio dei suoi mezzi, che dimostra di essere legatissimo alla tradizione riuscendo però a sfornare un brano capace di ammiccare alla modernità con un linguaggio fresco ed efficace. Il pezzo che tutti vorrebbero scrivere e di cui qualunque ragazza vorrebbe essere destinataria (“Please see if her hair hangs long / If it rolls and flows all down her breast / Please see from me if her hair hangs long / That's the way I remember her best”). La distanza e la perdita, i ricordi, la nostalgia, il tutto convogliato in un affresco dai colori sfumati, in una dichiarazione straziante di affetto purissimo.



Straziante quanto il lungo componimento di “A Hard Rain's A-Gonna Fall”, col suo ritmo regolare e cadenzato da anafore incalzanti, dalle quali scaturiscono visioni stranianti (“I saw a newborn baby with wild wolves all around it / I saw a highway of diamonds with nobody on it / I saw a black branch with blood that kept drippin' / I saw a room full of men with their hammers a-bleedin' / I saw a white ladder all covered with water / I saw ten thousand talkers whose tongues were all broken / I saw guns and sharp swords in the hands of young children”) dove si vanno inevitabilmente a fondere le anime del cantastorie e del poeta colto, creando un linguaggio ibrido, ricchissimo e nuovo. O ancora la dolcissima “Don't Think Twice It's all Right”, con quei ricami chitarristici dove si rincorrono eleganti modulazioni e si sfoggia un raffinatissimo senso della melodia.

Altrettanto notevole è il lato “impegnato” della poetica Dylaniana, rappresentato dal j'accuse di “Masters of War”, apocalittico atto di denuncia dove si toccano apici di concitazione estrema (“And I hope that you die / And your death'll come soon / I will follow your casket / In the pale afternoon / And I'll watch while you're lowered / Down to your deathbed / And I'll stand over your grave / 'Til I'm sure that you're dead”) per un pezzo anticipatore delle istanze ribellistiche della grande stagione delle rivolte studentesche. Non sono da meno i blues, quelli ironici e scattanti di “Bob Dylan's Blues” o di “Oxford Town”, o “Talkin' World War III Blues”, esercizio ben riuscito di allacciamento allo stile di Guthrie e alla natura sardonica tipica del giovane autore. Non finisce qui, perché sono almeno altri due i pezzi forti di questa interminabile enciclopedia di nuovo folk: “I Shall Be Free”, con la sua metrica rigorosa votata a creare la massima musicalità, e la bellissima “Corrina, Corrina”, romantica ballad folk-rock che non avrebbe sfigurato nei celebri album del '65 o del '66, dove la cura degli arrangiamenti rivela l'ennesima anima del brillante Zimmerman.

Un lavoro che -ancora oggi- non conosce stanchezza, che riesce a fondere il Kerouac di “Mexico City Blues” e il Ginsberg di “Howl” mantenendosi però in una cornice formalmente tradizionale, dove le innovazioni stanno nel linguaggio e nella resa comunicativa più che negli stilemi musicali del genere. Un approdo alla modernità, una modernità nella quale Dylan si inserisce alternando il ruolo di interprete scanzonato, di critico implacabile, di visionario folle. Nessuno spazio, se non in aperture romantiche e idealistiche, alla nostalgia e al rétro. Il lavoro di Dylan è tutto teso in avanti, impegnato in un percorso in salita che lo porterà a conquistare molte vette (il trittico Bringing It All Back Home, Highway 61 Revisited, Blonde on Blonde), di cui questo The Freewheelin' è uno splendido presupposto, un grande classico del quale non possiamo che essere riconoscenti al genio poliedrico di Bob Dylan.

I wish, I wish, I wish in vain/ That we could sit simply in that room again / Ten thousand dollars at the drop of a hat / I'd give it all gladly if our lives could be like that” (“Bob Dylan's Dream”)




Recensione tratta da http://www.storiadellamusica.it/cantautori/songwriter/bob_dylan-the_freewheelin_bob_dylan%28columbia-1963%29.html

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