#6 Dischi di giugno (con l'➑) ∞

"È buono"

Mi sta guardando, il porco. E mentre mi guarda grugnisce felice. Il sole si sta abbassando e riesco a vedere, in lontananza, il contorno delle colline immerse nella bruma serale fondersi al cielo e allo spazio circostante in uno sfumato di tinte bluastre e violacee. Fa freddo, soprattutto da quando ha iniziato a spirare questo vento umido che stropiccia le giunture e ti piega dentro. Arriva dal mare, dicono. Ho fame.
Il porco ora non mi guarda più. Grufola lordandosi il muso nel pastone scomposto e grigio nella mangiatoia. Trafelati arrivano altri suini. Gelosi, accecati, si buttano in quello schifo spintonandosi e urlando. Uno spettacolo ipnotico e disgustoso.
È ora di dirigersi verso casa. La giornata è stata pesante e sono ansioso di sedermi accanto al fuoco. La sera scende rapida e già le sfumature del cielo si sono caricate di un blu scuro pesante, fitto. Una stagione maledetta, questa. Mentre cammino sento una forza che mi invischia le ginocchia e mi spinge giù, come a volermi far sprofondare nel terreno. Forse è un richiamo. Forse è un invito a lasciarsi cadere, ad abbandonarsi.
La vista di casa scaccia i pensieri: la finestra è illuminata e mi pare di sentire l'odore e il brusio dolce dell'interno. Eppure sono ancora lontano. Inspiro ed espiro forte e accelero il passo, e in un attimo sono sull'uscio. Entro ed il calore del focolare quasi mi abbraccia. Poi mi abbraccia lei. Ha la faccia stanca, ma è contenta di vedermi.
- Come è andata oggi?- Mi bacia. - È stata dura- dico. -Il fittavolo vuole che facciamo in fretta, si avvicina la tempesta e l'uva va in malora. Non ci siamo fermati un istante- Mi lascio cadere sulla seggiola davanti al camino e fisso le fiamme per un po'.


- È pronto, a tavola!- Mi alzo e mi sento scricchiolare. So già cosa troverò nel piatto. Per fortuna ho ancora un paio di bicchieri di vino prima che la quota mensile stabilita dal direttivo per la Sobrietà Pubblica si esaurisca. Ne bevo uno tutto d'un fiato.
- Se ti giochi un buono sobrietà così devi avere avuto proprio una brutta giornata- mi dice lei. Sorrido, le labbra rosse di vino. -Il mese è quasi finito, passerò presto a ricaricare i buoni. Posso resistere qualche giorno senza. E sì, è stata una brutta giornata- Le passo una mano sul viso per farle capire che lei non fa parte del brutto di questa giornata. Lo capisce e sorride.
Il piatto è pieno di un pastone simile a quello del porco. Solo che il suo sembrava più gustoso. La lingua rigira in bocca la cucchiaiata pastosa. Accenno una masticata. Sento uno spento residuo di sale, poi prevale il sentore stantio di cavolo lessato. Di tanto in tanto un frammento molle di pane. La zuppa è abbondante, ma dopo quella non c'è altro. Decido di bere anche il secondo bicchiere di vino. È leggermente acidulo: non ci è permesso usare le bacche più mature. E comprarlo non se ne parla.
L'insoddisfazione si legge sui volti dopo ogni pasto. Da troppo tempo. - Quanto ti manca per il permesso speciale?- mi chiede lei. Ha assunto un colorito pallido. Gli occhi però sono sempre belli, grandi. Appena velati di stanchezza. - Poco, una settimana o forse due-.
La razione di proteine sintetiche diventa occasione di festa, di questi giorni. Il sapore di quelle barrette è vivo, sembra esplodere in mille fragranze mentre la saliva decompone i suoi costituenti frutto dell'ingegno umano. La barretta sintetica non soffre e non piange, dicono i controllori dell'Etica Alimentare. Cinque al mese più una addizionale per ogni figlio sotto i cinque anni. Di più sono vizio e dissolutezza, quindi inutili, dicono quelli del Dipartimento Nutrizionista nazionale.
Io però dopo la vigna ho la ristrutturazione della strada comunale e poi ricomincia la stagione della raccolta. Ed io ho fame e basta un niente, uno spiffero o una notte di insonnia, per erodermi quel poco di salute che mi è rimasta. Mi sento debole.
- Oggi ho visto l'inserviente del responsabile del Centro di Raccolta con due ceste piene di frutta e funghi- dice lei. Reagisco sbuffando: - Maledetto bastardo. Vedi cosa si ottiene facendo la spia! Giusto l'altra settimana hanno requisito un paio di galline al garzone del fornaio. Quella deve essere la ricompensa per la soffiata-.
- I polli sanno fare un gran baccano. Doveva stare più attento- dice lei. Annuisco.
La carne è vietata da così tanto tempo che non mi ricordo nemmeno il suo sapore. Gli animali soffrono, dicono. E le proteine vegetali vanno bene uguale. Peccato che nei nostri campi possiamo seminare solo le colture certificate. E i semi costano. Non ci rimangono che le razioni collettive disposte dalle autorità comunali su basi “scientifiche”. Tutto il resto è un eccesso, dicono. E l'eccesso è spreco. E lo spreco degrada l'uomo e l'ambiente in cui vive.
Eppure loro hanno la carnagione rosa e l'alito fresco. Praticano sport e discutono di arte. Leggono libri e studiano. Sono in salute. Loro hanno liberato l'uomo dal peso della sofferenza animale. A loro vanno tutti gli onori. Giocano con le bestie e si nutrono di pane di segale, di frutta fresca e miele. Di porcini, dolci zuccherati, torte di mele, focacce all'olio d'oliva, pomodori rossi e tondi, melanzane grosse come palloni da calcio, cereali e patate, spezie e sapori. Profumi. E si dice che i più ricchi una vacca di tanto in tanto la facciano secca. Impunemente.
Ormai fuori è notte. - Andiamo a dormire, sono stanco- dico. - Io aspetto ancora un po' qui- fa lei. -Però raggiungimi presto. E svegliami se dormo-. Ho voglia della sua carne, questa sera.

Quando mi sveglio non apro nemmeno gli occhi. Lei respira piano accanto a me. Scosto le coperte e tiro le gambe giù dal letto. Mi metto seduto e mi stropiccio la faccia. Quando finalmente mi guardo intorno, però, scopro che è ancora notte. Devo pisciare e decido di uscire per svuotarmi. Appena mi alzo, però, sento la medesima forza di poche ore prima che mi schiaccia a terra. Ho fame e sento una fitta allo stomaco. Mi trascino fuori dalla stanza e presto sono fuori. L'aria spira fredda e sono scosso da un brivido. Ci vorrà ancora un bel po' prima che albeggi.
Appena ho finito rimango un attimo fermo, immobile, a respirare la notte.
Ed ecco che qualcosa cattura la mia attenzione: un frusciare di passi, un grugnito basso. Mi volto lentamente e lo vedo, il porco. Deve essere sfuggito dal recinto ed ora è lì che scorrazza per il prato in cerca di qualcosa da schiaffare su per quel muso lordo e avido. Provo odio per questa bestia grassa e in salute, noncurante. Del tutto noncurante. La mia pancia borbotta e quasi mi piego su me stesso per la fitta e per la rabbia. Sento che nel mio cervello sta ronzando qualcosa, e quel qualcosa presto si fonde ai risucchi del mio stomaco ribelle. -Non creare dolore, torna a casa-, mi dico mentre mi spingo quasi accecato verso la baracca dove sono riposti gli attrezzi da lavoro. Quando esco lui è ancora lì, e io stringo forte un coltellaccio arrugginito. Gli sono addosso con una furia inaudita, lui si fa scaraventare a terra. Non se lo aspettava: gli uomini non rappresentano una minaccia per lui da chissà quanto tempo. Strilla, ma quando gli pianto il coltello nella gola quello comincia a urlare sul serio, scuotendosi e dimenandosi. Sento il sangue caldo sugli avambracci e presto lui è immobile.
Lei ora è sulla soglia, fissa la scena impietrita. -Cosa hai fatto? Lo scopriranno, lo scopriranno... È finita! Perché l'hai fatto?- È sconvolta e in lacrime, ma io nemmeno le rivolgo la parola mentre procedo a squartare quella bestia. -Metti a bollire l'acqua, fa' in fretta!- Devo essere stato brusco, lei obbedisce e corre in casa. Quando torna con il pentolone fumante io ho finito di svuotare il porco: le frattaglie sono sparse per terra, la testa giace riversa poco lontano da me, non rimane che un succulento ammasso di carne soda ben ancorata alle ossa. Verso l'acqua bollente per raschiare via la pelle. Procedo ad affondare il coltello nella carne per separare le parti: i tagli grossolani assumono una loro sembianza autonoma. Lo sguardo di lei comincia a mutare, le sue membra paiono rilassarsi. Senza che le dica niente corre in casa e sento che armeggia per accendere il fuoco. Esce e mi guarda -forza, portiamolo dentro!-

Il sole si sta alzando e l'orizzonte si allarga in una corona di tinte rosse accese, che sfumano in rivoli rosa e ocra. Sentiamo da lontano il latrare dei cani. Hanno scoperto che il porco non c'è più. Tra poco saranno qui. Pianto i denti su un boccone succulento, il grasso cola sulle mani, si sparge sulle guance. Lei rosicchia avidamente una costina. Loro sono sempre più vicini. Non c'è speranza di salvarci: ammazzare un maiale è una cosa grossa. Finiamo di masticare e trangugiamo. Mi asciugo le mani sui vestiti. Il profumo di carne riempie la stanza. La guardo, lei mi guarda.
-Era buono- dico.
-Era buono- dice.

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