#6 Dischi di giugno (con l'➑) ∞

Contrabbandiere Umberto


C'è un'ora, poco prima dell'alba, in cui lo spazio si colma di una luce diafana, soffusa. Gli oggetti appaiono sfocati, quasi irreali: sembrano prendere forma pian piano, come venendo fuori da un mondo di sogno, costretti da quell'annuncio del giorno che sta per arrivare.
C'era esattamente quella luce, quel martedì mattina. E proprio quando il cielo si stava per schiarire, il vecchio Umberto metteva piede nel suo piccolo paese adagiato in una fredda conca abbracciata dalle montagne, immersa nei boschi. Si stringeva nel pesante cappotto di pelliccia, portando un sacco di tela sgualcita sulle spalle e trascinando un fucile da caccia che appariva tanto vecchio e stanco quanto il suo proprietario. La vita nel borgo era ben lungi dal destarsi. Solo poche finestre iniziavano ad illuminarsi della luce fioca di un'elettricità incerta e tremolante: quella della locanda, certamente, dove la signora Lina era indaffarata a preparare le colazioni per i pochi viandanti che si erano trovati a dover passar lì la notte. C'era anche la bottega del fornaio che si apprestava a cominciare la vendita del pane dopo un duro lavoro notturno. Quella mattina lui, il panettiere, era sull'uscio, a seguire con occhi attenti il passaggio del vecchio eremita, accennando appena col capo un saluto primordiale. Umberto, dal canto suo, tirava dritto bofonchiando -più scompostamente del solito- e non si accorgeva minimamente di quel gesto. Portava con se l'umidità autunnale di una notte passata all'addiaccio, e l'odore acre dell'uomo si mescolava a quello madido di foglie frullate e sottobosco. Il panettiere seguì l'uomo fino a che non scomparve in un vicolo che voltava a destra e tirava su a monte, dove abitava il vecchio. Dove abitava solo il vecchio: un ammasso rude di case dissestate, abbandonate in favore della più accogliente vita di paese, o di quella ancora più provvida della città.

In quella giornata di autunno ci si aspettava un bel sole limpido che avrebbe accesso i colori dell'autunno inoltrato. L'arancione, il giallo, il rosso e il marrone si accordavano con brio al grigio pietra delle casette di paese, solidamente composte di materia autoctona: sassi e legno.
Proprio di sassi e di legno era fatta la baracca dove da molti anni abitava Umberto. Una stamberga tanto malandata da non distinguersi con i ruderi che le facevano compagnia in quel borgo abbandonato. L'unico elemento distintivo era il camino fumante, o i trucioli di legna sparsi sull'uscio, o ancora qualche sgualcito panno steso ad asciugare. L'interno dell'abitazione era altrettanto trasandato, o almeno così doveva essere. Nessuno era mai entrato in quell'antro sporco e spaventoso. I bambini più impavidi si spingevano poco oltre lo sparuto steccato che, sebbene solo simbolicamente, doveva avere la funzione di delimitare l'area di proprietà di Umberto. E appena messo un piede, uno solo, oltre quel limite astratto e invalicabile, scappavano a rotta di collo, per poi fermarsi ansimanti più a valle, oltre il bosco, ormai lontani dalla portata del temibile personaggio, per vantarsi con i compagni di gioco della propria prova di coraggio.

Nessuno sapeva quale fosse il passato di Umberto. Tanto si raccontava in villaggio sul suo conto, e molto di ciò che si diceva era quasi certamente frutto di fantasie e speculazioni. Si diceva si fosse ritirato nella più totale solitudine, come un eremita, dopo la morte della moglie a causa di un incendio. Qualcuno malignamente suggeriva che fosse stato proprio lui ad appiccare il fuoco. Si facevano supposizioni riguardo ad una biografia tumultuosa e turbata, connettendo i pochi frammenti certi su cui i più vecchi, in paese, erano pronti a mettere la mano sul fuoco: mai andato a scuola, orfano presto (troppo presto), al lavoro con le bestie e nei castagneti appena poco più che bimbo, fuggiasco per la leva militare, forse anche in prigione una volta ricomparso. E poi c'erano i boschi, quei luoghi che sembravano essere sempre stati la vera casa di Umberto, sempre misteriosamente pronto a far capolino alle ore più improbabili del giorno e della notte, come rigurgitato fuori dalla fitta vegetazione. Pareva un vecchio albero dotato della facoltà di movimento, a volte, più che un uomo. Ci si sarebbe aspettato di trovare muschi e licheni su quel suo corpo nerboruto ma irrimediabilmente piegato dagli anni e dalla fatica. Si diceva anche che fosse un po' pazzo, Umberto. Quei suoi occhietti frenetici e spiritati ne erano la prova. Sbucavano sulla faccia consunta come due spilli, come due vividi lumicini. E parevano non chiudersi mai, sempre fissi su un punto lontano, sempre persi nel vuoto. Umberto di solito procedeva così, accigliato, bofonchiando frasi apparentemente sconnesse e non degnando d'un saluto i pochi esseri umani che trovava sul suo percorso. E quella mattina Umberto muoveva quei suoi occhietti con più frenesia del solito, e pareva agitato e nervoso.

In paese chiunque si chiedeva cosa ci facesse tutte le notti e i giorni a spasso nei boschi. Una cosa però era certa: da diversi anni, in quel villaggio di montagna, si fumavano ottime sigarette di contrabbando, si mangiavano carni prelibate di selvaggina protetta e si bevevano alcolici forti d'importazione. Nessuno però, stranamente, aveva mai avuto contatti diretti con Umberto. E così la fantasia e le malelingue, sempre rivolte ad altrui persona, potevano continuare a lasciare intatta l'immagine puritana di quel luogo ameno. Il prete aveva battezzato diversi bimbi sbucati dal nulla, nel corso dei decenni. Qualcuno era già cresciutello e animava le scuole e i pascoli con un bel paio di occhietti azzurri e vividi. Le madri avevano preso marito e cancellato il peccato. Si sarebbe detto un villaggio santo, quello in cui nessuno aveva mai avuto niente a che fare con Umberto.

Quel martedì, come già detto, Umberto era stato più burrascoso del solito. I suoi stivali sgualciti erano putridi ed infangati, i capelli color fumo appiccicati sulla fronte se ne stavano lì immobili da chissà quanto tempo. Il respiro era trafelato e gli occhietti si muovevano freneticamente, come a seguire il moto disordinato dei pensieri sciolti. Appena arrivato a casa gettò quel suo sacco pieno a terra con un gesto di noncuranza. Dentro c'erano teli, chiodi e ferri, più un paio di lepri che certo non avrebbero fatto la felicità dei buongustai giù in paese. Sarebbero giusto bastate per qualche pasto svogliato, tutto qui. Doveva aver dormito all'aperto, riparato da quei teli malandati piantati alla bell'e meglio nel duro terreno. Inutile dire che il sonno era stato scarso e interrotto dai suoni della notte, dai fruscii degli animali, dallo svolazzare di qualche rapace notturno. Aveva dormito così poco che, senza nemmeno togliersi la pesante mantella, il vecchio si gettò sul suo giaciglio sbrindellato per piombare in un sonno lungo e delirante, turbato da incubi e fremiti.

Si svegliò ancora più agitato di come era arrivato. Senza nemmeno darsi un attimo per riprendersi si alzò trafelato, guardandosi intorno alla ricerca di qualcosa. Con uno scatto si portò dall'altro lato della stanza, verso un armadio scalcinato che aprì con forza, quasi scardinando le cerniere arrugginite ed esauste. Afferrò un fucile ancora più vecchio di quello che era solito portare a spalle nelle sue peregrinazioni nella foresta: controllò lo scatto del cane, verificò la presenza delle cartucce e si infilò a tracolla l'arnese. Era in uno stato di estasi allucinata. Doveva compiere la sua missione, quella che negli ultimi mesi lo aveva impegnato anima e corpo.

Infilatosi qualche straccio in più e rimessosi sulle spalle il sacco di tela smunta varcò la soglia senza curarsi di chiudere l'uscio, puntando verso il paese, diretto nel fitto del bosco. “Lo trovo, lo trovo, Dio bono...”, diceva farfugliando e smascellando scomposto. Continuava a ripetere a se stesso invocazioni deliranti, senza preoccuparsi che, una volta in paese, qualcuno potesse notarlo. Arrivò a sbraitare, nel vero senso della parola: “è ora di farla finita!”, esclamava, “ora lo prendo quel diavolo!”. E i bambini ridevano, restando un po' timorosi a debita distanza. Le donne osavano appena alzare lo sguardo e gli uomini stavano a fissarlo increduli e maligni, scambiandosi occhiate complici: era ammattito del tutto, il vecchio Umberto.

Ad un certo punto il vecchio si fermò. Si guardò intorno, usando per la prima volta gli occhi per puntare chi aveva intorno. “Ve lo farò vedere io, maledetti, chi è Umberto!”, proruppe. “Pulciosi cani, approfittatori bastardi! Sono pronto per la caccia... La caccia del secolo! E vedremo chi riderà alla fine!”. Stava delirando, pensavano tutti. A cosa si riferiva? A chi stava parlando? Era come se avesse percepito il disprezzo della gente, come se avesse colto la vergogna che suscitava -da una vita- negli altri. Riprese il passo allontanandosi velocemente, continuando a ripetere “vi faccio vedere io, vi faccio vedere... vi porterò un tesoro come non ne avete mai visto!”. E qualcuno gli gridava: “ubriacone!”, e qualcun altro “vecchio pazzo, vedi di non finire gambe all'aria!”. E tutti ridacchiavano e tornavano ai loro affari.

Quando sparì dalla vista, fagocitato dalla montagna, la vita nel paese era tornata a scorrere come se nulla fosse. Nessuno si curava di cosa volesse fare il vecchio Umberto. A nessuno importava se ad un vecchio pazzo erano saltate definitivamente le rotelle. Nessuno in paese voleva avere niente a che fare con la miseria e lo schifo che Umberto rappresentava: un residuo sporco di vita, un pezzo di natura bruta che, non si sa come, era stato catapultato nel mondo dei civili umani. Se ne era allontanato, come una bestia rognosa, avvicinandosene solo per sporchi traffici sporadici. Per il mutuo sostentamento di vita, nel caso di Umberto, per la coltivazione dei vizi, nel caso di tutti gli altri.

Di tutto questo però, Umberto non se ne curava. Tirava dritto con il furore negli occhi, a grandi passi, superando presto i confini della cosiddetta civiltà. Una civiltà che aveva sempre scansato. Lui non era del loro mondo, era parte della terra bagnata che calpestava, aveva lo stesso odore degli animali selvatici che celati nella vegetazione lo scrutavano guardinghi, aveva la resistenza delle cortecce degli alberi che puntellavano i pendii stagliandosi come colonne solenni di una cattedrale millenaria. “Ti trovo, ti trovo...”. Sarebbe stata una lunga caccia, quella di Umberto. La caccia di una vita. “È tutto d'oro. Si nasconde”, sibilava il vecchio mentre divorava i sentieri. “Tutto d'oro... luccica al buio... di notte lo devo stanare, di notte! Una fortuna... Mi sfida, maledetto. Il diavolo è, il diavolo... Mi sfida... Ma lo trovo, lo trovo!”, ripeteva furente.

La sera finì con l'arrivare presto, le giornate erano ancora corte. E quando la luce iniziò a mutare d'intensità, facendosi radente e obliqua, Umberto camminava ancora. Si fermò solo un attimo prima del completo calare del buio, già ben lontano dal suo punto di partenza. Le sua gambe erano salde e forti, ben temprate da anni di scarpinate infinite. Umberto si fermò, accese un fuoco e, dopo aver svogliatamente azzannato qualche precario boccone, si stese coperto da qualche pesante coperta sdrucita. Il sonno non arrivò subito: la mente di Umberto era infestata da quel pensiero fisso, quella caccia miracolosa che l'avrebbe impegnato fino allo sfinimento, che avrebbe riabilitato un senso di esistere perso da tanto tempo, ormai. Quella creatura che lui avrebbe stanato e ucciso continuava ad affiorare nei suoi pensieri, non appena provava a chiudere gli occhi per arrivare più in fretta al domani. E così si trovava a scuotersi e bestemmiare, con lo sguardo vivo e impazzito, fisso nel vuoto della notte animato dalle più stravaganti fantasie.

Il giorno arrivò come un pugno. Umberto era stanco, una stanchezza nuova, che fiaccava le membra e toglieva il respiro. Indolenzito si alzò, si preparò una tazza di caffè acquoso per riscaldarsi le ossa, dopodiché gettò un po' di terra sui tizzoni ardenti, pisciò, sputò per terra e si mise nuovamente in cammino. Tirava dritto inoltrandosi in una vegetazione sempre più fitta e ostile, trascinando quel suo corpo con un'ostinatezza eroica, solenne. Arrivò ad un torrente, si chinò e bevve a grandi sorsi l'acqua gelida. Si sentì subito meglio. Durante il cammino, di tanto in tanto, si fermava e fiutava l'aria come un cane: allora scartava rapidamente, prendendo sempre una via più impervia di quella che aveva appena lasciato. Il cuore del bosco lo accoglieva e lo avviluppava, ingurgitandolo e rendendolo sua componente intima. Umberto continuò così fino alla fine di quel secondo giorno, masticando qualche brandello di carne essiccata e sparando a qualche bestiola per le scarne provviste che lo avrebbero dovuto sostentare nella lunga caccia.

Fu verso la fine del terzo giorno che il corso di quella folle e scomposta cavalcata subì una svolta. Erano ormai le cinque del pomeriggio, quando Umberto -che ormai aveva assunto i colori di quel paesaggio ostile e disabitato- si fermò piantando i piedi a terra. Si chinò piano, e in ginocchio strisciò dietro ad un groviglio di vegetazione. Sbirciando al di là dei cespugli e dei rovi sentì il cuore congelarsi, per poi ripartire di botto, inondandogli le membra di un fiotto caldo. Era lì, appena celato dalla morfologia brulla del terreno e dalle piante ricurve. Era lì e brillava, infondendo attorno a sé come una tenue aurea dorata. Era un cervo, un cervo di dimensioni imponenti, che camminando sembrava ricevesse il favore dei rami e delle piante che si scostavano riverenti. Procedeva imperioso, e il suo manto era costellato di riflessi paglierini che scintillavano fluidamente seguendo i contorni della muscolatura.

Umberto imbracciò cautamente il fucile e prese posizione. Era nervoso e scosso dai fremiti. Fece un paio di respiri profondi e si convinse. Strinse l'arma, fece un altro respiro, mirò all'animale e fece partire un colpo che rimbombò per poi spegnersi inghiottito dalla foresta. Il cervo ebbe un sobbalzo, scattò in avanti con un salto e dopo una breve corsa si fermò nuovamente. Aveva evitato il proiettile, che era andato a fondersi per sempre con il terreno. Umberto sentì il sangue gelarsi: quell'animale, dopo aver lanciato un paio di profondi grugniti, lo stava ora fissando, e lo faceva con uno sguardo gelido e diabolico, come mosso da un moto di furia e di sfida. Una bestia venuta dritta dall'inferno, pensò: il vello era ispido come muschio, nonostante i riflessi dorati che si diramavano in venature abbaglianti, lo sguardo era feroce come quello di un lupo, la stazza imperiosa e massiccia. L'andatura, però, era mansueta e regale. Dopo aver lanciato un violento sbuffo, la bestia scomparve alla vista. Umberto era senza respiro, ma si alzò e si mise all'inseguimento. Dopo pochi passi, però, notò che la stanchezza era diventata insostenibile: le gambe dure, la testa pesante, il fiato corto. Non poteva mollare, non adesso. Poteva scorgere il lieve bagliore del cervo in lontananza, e quando arrivò a percepire i passi della bestia, quando la sua figura si fece nitida e percepibile, quella tornò a scattare in avanti, costringendo Umberto ad una nuova rincorsa, senza che fosse riuscito nemmeno a mettere il dito sul grilletto.

La notte era ormai giunta, e Umberto fu costretto a fermarsi, stremato da quella marcia ininterrotta. Non accese nessun fuoco, si stese semplicemente per terra, trovando a malapena le forze per srotolare le coperte. Il sonno, però, non arrivò. Umberto poteva percepire il fruscio delle foglie calpestate dal cervo, poteva sentire i suoi respiri, poteva percepire i bagliori che rischiaravano flebilmente la tenebra a poca distanza dal suo improvvisato giaciglio. Il cervo non aveva intenzione di dileguarsi, pensava Umberto: voleva spronarlo alla caccia, lo stava sfidando! Non poteva durare tutta la notte così. Non poteva aspettare fino al mattino, anche se le forze lo avevano quasi del tutto abbandonato. Decise però che valeva la pena distendere per qualche minuto le membra, prima di riprendere la caccia. Chiuse gli occhi provando ad ignorare i richiami della bestia. Si svegliò che era ancora notte, stordito, come dopo un sonno fugace.

Lo prese il terrore che l'occasione di una vita fosse sfumata, che il gigantesco cervo fosse scomparso per sempre. Prese il fucile e, noncurante delle sue cose lasciate a terra, si inoltrò nell'oscurità procedendo alla cieca, mosso da un delirio che lo rifocillava di un'energia folle, insana, che però bene adempiva al ruolo di sostenere il vecchio corpo disfatto. Ed ecco che il bagliore dorato tornò a brillare nel mezzo del bosco: sembrava fluttuare, aleggiando tra le cortecce bitorzolute, proiettando ombre contorte tutto attorno. Il vecchio Umberto camminava cercando di tenere il passo dell'animale, che sembrava scortarlo nel più profondo della montagna. Ad un certo punto il cervo si fermò. Il vecchio lo poteva vedere, là in basso, in una conca verdeggiante delimitata dagli alberi: una piccola arena di erba alta, dove l'animale si era fermato, ergendosi come una statua, dando le spalle ad Umberto. Fu a quel punto che l'uomo si poté chinare, lentamente. Si levò dalla spalla il fucile, lo imbracciò, chiuse un occhio puntando la canna verso la bestia, e quella, come tutta risposta, dopo un rapido sguardo, sembrò disinteressarsi completamente a Umberto, accucciandosi sul prato. Umberto ci pensò qualche secondo, infine premette il grilletto. Lo scoppio fu tremendo e squarciò la notte. Umberto aveva chiuso entrambi gli occhi, colto da un micidiale timore nel vedere finalmente compiuta l'impresa di una vita. Li riaprì lentamente, stordito e come ubriaco di emozione. Il cervo era ancora lì, appena sotto la scarpata, immobile. Non sembrava aver accusato il colpo, anzi, respirava placido.

Umberto si sentì investire da una vertigine: si sentiva impazzire di fronte all'infallibilità di quella creatura immortale. Decise che ora o mai più. Si alzò di scatto, ormai completamente fuori di sé, impugnò il coltellaccio arrugginito che teneva appeso alla cintura e si lanciò in una corsa cieca contro l'animale, che a quel punto si alzò e cominciò a correre, sempre mantenendo un'andatura che pareva calibrata per non seminare del tutto il vecchio cacciatore. E di nuovo i due si lanciarono nella foresta: il cervo elegante e imperioso, il vecchio arrancando e sbavando, graffiato e percosso dai rami, assaltato dalle buche e dai massi che cospargevano il terreno insidioso. Respirare, per Umberto, stava diventando una tortura, ogni minimo movimento un'agonia. E bastò poco, in quello scomposto procedere a tentoni, perché il vecchio non si accorgesse di un brusco pendio, di un salto di roccia nuda. Prima della percezione del vuoto sotto i piedi e alla bocca dello stomaco. L'ultima cosa che vide fu quel grosso cervo dorato che lo guardava. E i suoi occhi non erano più diabolici e spiritati, le sue sembianze non erano minacciose. Sembrava una creatura del cielo, uno spirito gentile dei boschi. Il sole si sarebbe levato a breve.


Nessuno ebbe più notizie di Umberto, in paese. Era scomparso nel nulla, così come dal nulla era sembrato arrivare. In paese molti si chiedevano dove fosse finito, per mesi circolarono le voci più bizzarre, fino a che si accettò l'idea che al vecchio fosse preso un accidente durante una delle sue traversate, e tanti saluti. La memoria di Umberto rimase nelle storie e nelle leggende del paese, oltre che negli occhi di qualche giovanotto forte e svelto. La sua baracca divenne preda della vegetazione, covo di serpenti, tana di bestie selvatiche. Un avvicendamento del tutto naturale, in fondo. La vita in paese continuava il suo corso, come se niente fosse. Senza gli agi d'un tempo, certo. Umberto, dal canto suo, era diventato terra dopo aver rincorso un sogno, o una follia, come direbbe qualcuno. Era ridiventato bosco dopo avere rifiutato la civiltà per una vita. Su di lui, ora, cresceva il muschio, si accumulavano le foglie, prendeva vita la vegetazione. Una pace più grande, Umberto, non aveva mai osato nemmeno immaginarla.

Commenti