#6 Dischi di giugno (con l'➑) ∞

Città d'agosto


Aveva fatto un caldo infernale, quell'agosto, un caldo reso ancora più insopportabile dall'obbligo di restare in città. Un obbligo, a dire il vero, del tutto facoltativo. Il fatto è che la città svela la sua vera anima solo ai pochi capaci di affrontarla quando fa più paura: quando la canicola è opprimente e le strade scottano. Bisogna però abbandonarcisi, lasciarsi guidare dai suoi molli ritmi, accettando le condizioni del mezzogiorno -rintanarsi placidi, annullarsi nell'afa- e della mezzanotte -questo il momento di cercare i frutti delle vie stemperate e nude dopo la furia del solleone.
Quella sera però le cose sarebbero andate diversamente: io, un amico e un altro individuo, accompagnato dalla sua giovane, bella e nuova fiamma, in un locale affollato e costoso del centro.
Perché gli hai detto di uscire, perdio?!”, era la domanda che avevo iniziato a fare a Pepo. 
È un amico di famiglia, ci conosciamo fin da bambini, che ci vuoi fare crescendo si cambia ma quello che è stato ha il suo peso...”. Queste le risposte. Ovviamente era cosa condivisa che il tipo in questione fosse poco in linea con il mio carattere e con quello di Pepo, la cui nostalgica natura, però, era purtroppo tale da farlo soprassedere e far finta di nulla.
Dai che si beve una birra, ecchecazzo, si dicono due cagate ed è fatta
....
E poi mica devi dargli per forza corda, no? Ci manteniamo sul superficiale... E tu non tirare fuori la storia dell'altra volta!
Quale storia? Quella del fatto che le persone che hanno un briciolo di intelligenza non hanno come massima ambizione quella di passare due ore al giorno in palestra e un fottuto pomeriggio ogni sabato dall'estetista?
Bravo. Però mi riferivo a quell'altra... Quella sui corsi di studio e sulla mobilità sociale, sai, quelle cose lì. Lascia perdere.
Maccristo di che vuoi parlare allora? Di musica? Ma quello non sa nemmeno cosa sia la musica. Del più e del meno? Ma di che vuoi parlare con quello, dai... E poi quella questione della mobilità era importante, su'!
Era importante perché tu l'hai presa sul personale. Non è che se uno dice che gli studenti d'arte sono dei fancazzisti buoni solo a fumarsi spinelli tu te la devi prendere.
Si ma io ho studiato arte, perdio, a chi volevi che si riferisse?
Ma non lo sapeva... Però anche tu, metterti a fare l'elogio di quel tuo amico che nonostante sia in facoltà da dieci anni crea quelle cose... cos'erano...?
Le madonne. Le fa nude, serigrafate, poi le da' tutto quell'effetto di bruciato che sembra che ci sia caduto sopra un mozzicone...
Ma non lo fa proprio con i mozziconi?
Si, si lo fa con le cicche, quando le deve spegnere. Però ha un senso la cosa.
“Si vabbè... Comunque cazzo potevi parlargli di Giotto e invece gli vai a parlare del Gigio che si è fottuto il cervello. Le madonne con le bruciature di sigarette, maddai... Che lui è pure cattolico...
Ecco appunto...
No eh, questo tasto non lo toccare ché la religione è una roba personale...
Non è una roba personale se diventa il tuo modo di rompere il cazzo agli altri. Comunque dai, prendo la doppio malto che quella pesa e mi fa pensare ad altro.
Bravo. Quella che costa quattro euro? La prendo pure io.

Il locale era già pieno. Le persone erano sedute ai tavolini del déhor con la loro aria forzatamente disinvolta. Pochi chiacchieravano. In piedi all'uscita c'era il Grigio, chiamato così per via di una brizzolatura precoce che però gli dava tanto fascino. Con lui, la sua ragazza. Parevano annoiati, si guardavano attorno con vacuità. Lei era impegnata a scrivere qualcosa a qualcuno sul cellulare. Appena i due ci hanno visti, i loro volti si sono rianimati. “Ciao bello! Allora, quanto tempo? Come va? Madonna, ti ho visto che eri alto così! E 'sta barba? La tagli o no, che sembri un comunista?”. I simpatici saluti del Grigio al mio amico erano accolti dalle sue risposte sincere ma intimidite. La tipa continuava a digitare i tasti sul cellulare.
Ma ci sei anche tu? L'artista! Eh... come andiamo, Picasso?”.
Questa era rivolta a me. Non sapevo se stesse prendendomi in giro o cosa. Pepo mi ha lanciato un'occhiata più che esplicita, così ho lasciato perdere. “Bene bene, ma darmi del Picasso è troppo, dai. Tu invece? Sempre in palestra? Si vede, vorrai mica diventare Schwarzenegger, no?.
Si, ero stato sufficientemente amichevole. Sembravamo due amiconi.
Eeeh magari!”, mi ha risposto lui.
Per la miseria, anche io avrei voluto diventare Picasso, ma mica l'avevo ammesso. E in più io stavo facendo dell'ironia! “La modestia è una virtù rara”, mi son detto, mentre guardavo stupefatto il tipo, che nel frattempo si era messo a scambiare qualche battuta con il nostro comune amico. In tutto questo la ragazza del Grigio rimaneva impassibile e annoiata. Fino a quando non sono scattate le presentazioni. Lei si chiamava “Robberta”. Studiava qualcosa da qualche parte ma si occupava anche di qualcos'altro, altrove.
Troviamoci un tavolino, che dite? Fuori o dentro? Fuori dai, che fa caldo”. Alla proposta del Grigio ci siamo diretti verso uno dei pochi posti liberi rimasti. Si iniziava.
Su una cosa tutti eravamo d'accordo, o quasi tutti, dal momento che Roberta preferiva un long drink: volevamo una birra. Questo ci accomunò per un istante, quando all'arrivo delle bevande fresche e frizzanti tutti quanti ci augurammo una buona salute reciproca facendo vibrare i bicchieri nel gesto del brindisi, per poi sorseggiare il primo strato, schiumoso, traendone uguale piacere.

Le danze stavano aprendosi con i consueti convenevoli. Cosa fai, cosa non fai. Io ero distratto. Quella sera una vena di irritazione mi faceva mal digerire tutta quella gente e tutto quel brusio. La concentrazione di facce ignote su cui potevo solo fare congetture antipatiche era eccessiva. Avevo solo voglia di tornare a casa, non sarei mai dovuto uscire.
Su forza, che è quella faccia?”, mi ha detto ad un certo punto il Grigio.
Sorpreso da quello smascheramento e sforzandomi di essere simpatico mi sono giustificato con qualche frase banale: “no niente, sono stanco, che giornataccia...”.
Ah si? Giornata pesante? Che hai fatto? Dipinto la nuova Gioconda?”.
La nuova Gioconda. Come se tutti gli artisti dovessero essere messi a confronto con quell'unico maledettamente noto dipinto. C'era tantissima approssimazione e molta ignoranza in quella domanda: l'Arte non è solo la Gioconda, coglione! E poi, forse, c'era anche un filo di perfidia, dal momento che era noto a tutti come, evidentemente, non fossi minimamente capace di fronteggiare un da Vinci. Insomma, era chiaro: non avevo passato la giornata ad arrovellarmi su un capolavoro mondiale. A dire la verità non avevo fatto un cazzo, durante quella giornata. Chissà cosa aveva fatto lui, che pareva così fresco, riposato e prestante. “Sta scherzando, vuole creare empatia, vuole essere simpatico. Forza, abbi pazienza”, ho pensato tra me.
Non ho fatto un granché... ho pensato, sapete... c'è chi può...”.
Ok, avevo detto una cosa stronza e senza senso. Mi era quasi sfuggita. Roberta per un attimo si è alzata dal suo Bellini guardandomi vagamente stupita, cercando di capire se si fosse persa un pezzo o se effettivamente avessi dato una risposta di merda. Mi sarei preso a pugni da solo. Il mio amico ha scosso la testa, mentre il Grigio, mantenendo quel suo sorrisetto supponente sorretto dal mento pronunciato, non ha mollato la presa. Era seriamente deciso a starmi addosso, a torturarmi con quella sua ostentata capacità di destreggiarsi e sentirsi a suo agio in quell'ambiente di mondanità distratta. A fare questo molto meglio di me, il “pensatore”.
Eh si, sappiamo sappiamo, dotto'. Pensare, tutti dovrebbero pensare di più, vero? Siamo tutti lì a fare, fare, fare, e magari ci dimentichiamo che cazzo stiamo facendo, a forza di farlo. Fai bene a pensare. In fondo però siam tutti un pò filosofi, verò Robbe'?”. Lei, alzandosi dal biberone, ha risposto con un sorriso complice, per poi tornare apparentemente assorta, seppur con l'orecchio teso. Quel riferimento a qualcosa che i due si dovevano essere detti prima, quell'intesa, era del tutto a sproposito in un discorso che più generico di così non si poteva.
Si hai ragione, pensare... è importante”, ho risposto. Era chiaro che non volessi sostenere una discussione sui massimi sistemi, non su quelle basi perlomeno. Stavo comportandomi da maleducato, iniziava a montare in me un'irritazione che difficilmente riuscivo a contenere nei gesti, nelle parole, nelle espressioni facciali. “Ma dicci, di cosa hai pensato, Picasso? Raccontaci...”. Era una sfida. Io mi trovavo con le spalle al muro, perché non era nemmeno vero che avessi pensato, durante quella giornata. Non avevo fatto un cazzo, come già detto. E di cose da fare ne avrei avute tantissime, dannazione.
Ma niente, solite cose. Niente di importante...”. Basta, volevo passare ad altro. Volevo parlare di calcio, oppure di telefonini, o di sesso. Qualsiasi cosa ci dirottasse da quel dialogo a senso unico. Il mio amico Pepo se ne doveva essere reso conto, perché ha dato una gomitata vistosa -ancorché timida- al Grigio, buttandosi in un argomento a caso.

Troppo impegnato a considerare la natura di un gesto che mi gettava ancor più dalla parte del torto mi sono perso del tutto la natura della nuova conversazione. Mi sono isolato, senza però acquisire uno stato di pace. Rimuginavo e rimuginavo, e il fastidio che provavo per quell'energumeno tutto forma e zero sostanza cresceva. Come cresceva il senso di inadeguatezza che provavo: ero stato smerdato, messo in ridicolo, avevo fatto la figura di quello con la puzza sotto il naso. Ho ordinato un'altra birra, approfittando del cameriere che ci passava a fianco.
Hey, a noi non ci pensi, sognatore?”, ha fatto il Grigio. “Non è che noi servi della gleba non abbiamo sete, anzi ne abbiamo di più, sgobbando nei campi tutto il giorno...”. A quel punto è scoppiato in una risata, contento della sua battuta. “Servi della gleba, campi”, ha fatto alla sua ragazza, facendo volutamente lo scemo. Lei ha riso con lui. Il bello è che stava facendo la figura del vincente, di quello che si prendeva in giro, di quello superiore, che soprassedeva alla mia antipatia. Ma non ero io l'antipatico, era lui! Era lui il montato, era lui quello tutto muscoli, era lui quello con la fidanzata-oggetto troppo impegnata a leggere gli aggiornamenti di qualche amica sul cellulare!
La mia birra è durata pochissimo, va da sé, e mi sono ritrovato mezzo ubriaco. Vai a prendere la doppio malto, bravo. È partita inevitabilmente la discussione politica: Pepo ci stava dietro tenendomi d'occhio, dispiaciuto che ora fossi perfettamente attento a quanto si diceva, seppur con gli occhi che vagavano languidi nel torpore da alcool.
Non è che i poveri devono rimanere poveri, ma i ricchi bisogna solo ringraziarli, che' danno lavoro. Cioè, un imprenditore alla fine si prende una bella responsabilità...”. La discussione era di questo tipo, dominata dal Grigio che dava l'aria di saperla lunga sui rapporti sociali del paese e sulla redistribuzione della ricchezza. “E poi diciamoci la verità, in Italia non c'è la meritocrazia. Ci sono un sacco di persone che vanno all'università, pigliano 18 e via, fuori con la laurea fresca fresca. Nessuno che voglia sporcarsi le mani, qui nel belpaese. E poi 'sti baroni, tutti attaccati alle loro poltrone, bisognerebbe fare una rivoluzione. Vero dotto'?”.
Durante la filippica ero riuscito a stento a mantenere una mimica facciale normale. Ora mi si chiedeva un'opinione. A me, che mi mancavano quei due esami bastardi e che passavo i giorni a cercare di trovare un'idea per sfondare nel mondo delle gallerie, dei circoli e via dicendo. “Una rivoluzione...”. Pepo mi ha fulminato con gli occhi. Io però ho continuato. “Una rivoluzione di che? Una rivoluzione per chi?”, ho chiesto.
Ma come, per noi altri, che ce la prendiamo sempre in culo. Contro 'sti politici... La sai no quella delle auto blu, no? Ecco, il mio idraulico paga il 90% di tasse, ovvio che poi uno evade!”.
Il novanta per cento? Caspita... Comunque no, non credo che una rivoluzione vi piacerebbe, a voi altri...”. Avevo lanciato il sasso, e il mio dubitare della “storia vera” del Grigio era stato piuttosto sfacciato. “Noialtri chi, scusa?” ha improvvisamente detto la tipa.
Proprio mentre una bella botta alcolica mi saliva in testa ho dato inizio al mio sfogo, biascicando con enfasi: “Voi gente che pensa solo al proprio diritto di andarsene ai tropici d'estate, e se vi tolgono i soldini per le vacanze e per i telefonini e per la palestra vi incazzate. Certo, dura la vita senza Bahamas, vero? C'è gente che non arriva a fine mese e voi diventate delle bestie se vi toccano i vostri svaghi di lusso... L'unico diritto che concepite è quello di farvi i fatti vostri e di essere lasciati in pace. Bravi, altro che rivoluzione! La rivoluzione a voi fighetti vi farebbe un gran male ve lo dico io. Sarebbe contro i vostri interessi! Siete dei viziati, come buona parte dei piccolo-borghesi di questo paese di merda. Con tutto quello che spendete di telefono -rivolto alla tipa del Grigio- vi lamentate anche che non c'è meritocrazia...”.
Sono stato interrotto da un ceffone, poi il Grigio si è alzato, mi ha preso per la giacchetta e mi ha trascinato fuori dal déhor. Datomi uno spintone mi ha gettato sul marciapiede e, facendo il gesto con la mano, senza dire una parola, mi ha fatto capire che la serata per me era finita. Mi sono rialzato barcollando, in evidente imbarazzo, e al primo angolo ho vomitato tutta la birra. Otto euro buttati.

Il fatto è che avevo davvero sbracato. Il giorno dopo un Pepo indignato mi ha detto che:
1- Il Grigio lavora in cantiere (uno dei motivi per cui è così abbronzato), in vacanza non ci va da cinque anni, ha tanti progetti rasi al suolo da tutta una serie di sfighe personali. Poi sì, va in palestra ed è cattolico, embè? 2- La sua ragazza è messa un po' meglio, economicamente parlando, ma quella sera aveva suo padre in ospedale per una brutta faccenda, e questo era il motivo per cui non mollava il telefono e aveva l'aria così distratta. 
E quindi c'era solo da stare zitti e fare qualche domanda in più, magari.
La sera in cui sono stato cacciato malamente dal pub avevo comunque ben chiaro di essere stato uno stronzo. Per questo quella notte ho approfittato di un'altra proprietà della città nelle ore serali: quella di nascondere, quella di celare. Avrei voluto sprofondare. Non potendo farlo, mi sono lasciato inghiottire dalle vie buie, desolate e consolatorie di una città in agosto. Un agosto caldo. Caldissimo.

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