#5 Dischi di maggio (con l'➑) ∞

L'impiccato

Ora è tutto finito. È stato un attimo, uno strappo, ed eccomi qui a penzolare al freddo. La gente è rimasta per un po' a guardare il mio corpo rigido alla ricerca di qualche dettaglio morboso a cui pensare nei giorni a venire. Ci portano anche i bambini in occasioni come queste. Dicono che serve da esempio. Stronzate. Quando ho visto la mia prima esecuzione mio padre mi ha dato uno schiaffone e mi ha costretto a guardare. Non so nemmeno che cosa avesse fatto quel disgraziato, sarà stato un balordo come tanti altri. L'unica cosa che mi ha lasciato quell'esperienza è lo schifo: per questo paese pulcioso e per mio padre. La gente si ammassa sempre in occasioni come questa, ed è per questo che la gente mi ripugna peggio di un cane rognoso. La gente di qui passa la vita a marcire nel rancore e a guardare i poveracci crepare. Come per darsi uno scossone, o per convincersi che tutto sommato c'è chi sta peggio.
Ho dato uno sguardo a qualcuno dei presenti prima che il boia colpisse con un calcio il barile su cui poggiavo i piedi. Le forche a botola qui non le hanno ancora, così bisogna utilizzare mezzi di ripiego: un cavallo, una sedia, un carretto. Be' dicevo, ho dato un'occhiata ai presenti: c'era l'ubriacone del paese che ridacchiava, una donnetta che si faceva il segno della croce, qualche funzionario in tiro che pareva impaziente di tornare a casa. Il prete mi ha dato una rapida assoluzione e poi è stato letto il verdetto che tutti già conoscevamo. Prima di allora non avevo avuto paura. Anche perché non ho mai avuto troppa immaginazione. Ho sempre vissuto alla giornata, con pochi e sani principi e senza attaccarmi troppo alle cose. Per quello che mi riguardava c'era così poco a cui attaccarsi che valeva la pena non farsi troppe fantasie. Se una cosa mi sembrava giusta la facevo, se invece non mi garbava tenevo le mani a freno. Quel tipo è crepato perché ha fatto una cosa che non mi andava, ed eccomi qui appeso a prendere il freddo bastardo che solo questo paese sa regalare. Non avevo paura, dicevo. Tranne un attimo prima che il boia sferrasse il calcio. Io sapevo chi era quel figlio di puttana, lo sapevano tutti anche se portava il cappuccio. Era un poco di buono che andava a puttane e beveva, non faceva altro. Gli avevano trovato quel lavoro perché qui in paese tutti devono averne uno, in modo da non creare troppi fastidi. Era un povero figlio di cane, suo padre si era beccato qualche pallottola dopo una rissa e d'un tratto si era trovato solo e con un gran bisogno di quattrini. Lo sceriffo l'ha preso come tuttofare ed è stato di parola: gli ha fatto fare tutto, le cose più schifose. Come appendere la gente. Quell'uomo non sembrava curarsi del disprezzo che la gente gli vomitava addosso quotidianamente. Lui beveva, andava al bordello e appendeva gente, quando capitava. Punto.
Ritornando alla paura: non l'avevo. Fino a che un pensiero mi è balenato nel cervello. E se il collo non si fosse spezzato? Ero pronto a mandare tutto al diavolo ma preferivo farlo in fretta, senza soffrire. L'idea, improvvisa, di starmene lassù a rantolare mi ha gelato il sangue nelle vene. Un brivido mi ha percorso la schiena proprio mentre il vento ha dato una sferzata sollevando un polverone che ha costretto tutti a coprirsi il volto, e il boia ad aspettare. E allora mi sono calmato e ho riacquistato la mia rassegnata noncuranza. Era solo questione di pochi istanti, tanto valeva andarsene con compostezza. Che andasse come doveva andare.
In fondo ero lì perché le cose in un modo o nell'altro si equilibrano. Quel tizio aveva tirato fuori il coltello e aveva pensato bene di fare il gradasso con la ragazza del posto dove andavo a bere. Era una puttana ma era pur sempre bella. E giovane. E non mi andava che qualcuno le facesse del male. Ero stato con lei diverse volte, e non sempre ci avevo dato dentro. Anzi il più delle volte me ne stavo buono e scambiavo due parole con lei. Poche, non sapevo cosa dire e sono sempre stato di poche parole, oltre ad avere poca immaginazione. Però lei sembrava apprezzare. La pagavo uguale e poteva riposarsi un po'. Inutile negarlo, provavo qualcosa per quella ragazza, maledizione. Un'altra creatura che aveva dovuto sistemarsi in un modo o nell'altro. Non ho mai fatto progetti su di lei, mi limitavo a vivere alla giornata, come ho già detto. Così se capitava salivo nella sua stanza e andava come andava. E quel tipo, quel giorno, stava facendo quello che non doveva fare, così si è preso una coltellata in pancia ed è morto dissanguato. Non volevo ammazzarlo ma è andata così, che non è nemmeno poi tanto male. Non ho rimorsi. Certo è stato un fastidio tutto quello che è venuto dopo, una vera seccatura. Non pensavo che sarei finito a dondolare al vento con una corda al collo, ma tant'è.
Ad ogni modo, quando è arrivato il calcio del boia son caduto a peso morto, la corda di colpo si è tesa e il collo si è spezzato. Non ho sentito nulla, se non il vuoto allo stomaco prima del tonfo. Un attimo prima, non appena la polvere sollevata dal vento si è riposata a terra, sono riuscito ad individuare la ragazza. Guardava dalla finestra della camera dove andavamo di solito, sopra il postaccio dove passavo le serate a bere. Mi guardava e mi è parso che piangesse. Era lontana, non ci giurerei. Però son quasi sicuro che la sua guancia fosse solcata da una striscia luccicante. Questo mi ha reso per un attimo felice, non so perché. Forse perché nessuno aveva mai pianto per me. È stato un bel gesto, mi ha dato un po' di calore nonostante quel maledetto vento e quella situazione di merda. E poi ho sentito il vuoto allo stomaco e l'osso del collo ha fatto crac.
Ora la gente se ne sta andando a piccoli gruppi. Chi va a bere, chi torna a casa tenendo per mano i figli, che ogni tanto si girano per dare un'ultima occhiata a quella strana cosa che è la morte che penzola attaccata ad una corda. Pensavo sarebbe tutto scomparso, una volta morto, invece sono ancora qui. Il vento mi fa dondolare piano. Qualche goccia, inizia a piovere. Tra poco qualcuno passerà a tirarmi giù e mi butterà in una fossa improvvisata, poco fuori dal paese. Evidentemente la morte è arrivata così all'improvviso che me ne devo ancora rendere conto. Forse presto scomparirà tutto. Però adesso ho l'immagine di quegli occhi lucidi e di quella guancia rigata e, detto tra noi, provo un po' di dispiacere per come sono andate le cose. Potevo pensare a sistemarmi e mettere al mondo qualche figlio. Ma forse no, non vale la pena che dei marmocchi assistano a questo schifo. L'ultima cosa che mi è rimasta è la compassione di quello sguardo, il calore di quelle lacrime. Di questo sono grato, immensamente grato. Non è poi finita così male, la mia vita.

Matteo Castello

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