#6 Dischi di giugno (con l'➑) ∞

Noia


I.
Sono annoiato. Non capisco come si possa celebrare la noia. C'è chi l'ha definita un “mostro delicato”, o chi l'ha considerata come lo scotto che devono pagare i grandi, una sorta di insoddisfazione che le anime eccelse traggono dal non essere appagate dalla mediocrità dell'esistente.
Io invece sono annoiato e mi sento uno schifo, un microbo, un nulla. Mi sento anche malinconico, il desiderio mi tormenta. Non so cosa desidero. Mi divora la tensione verso un traguardo indefinito, verso una totalità di cui non mi sento parte. Anzi, da questa totalità mi sento deriso, peggio: ignorato. Guardo dalla finestra e vedo un'immagine spenta e distante di un mondo estraneo, ostile, grigio. Sono un graffio, uno sbuffo, un grumo disordinato in una materia fluida e sciolta. Mi annoio, sono un'anima in pena. Malinconia e noia si confondono, si rincorrono, si mescolano in un eterno tira e molla, in un continuo arrovellarsi della pazienza. Il tempo si fa infinito nella maniera più scostante. Desidererei addormentarmi e poter saltare subito al domani, lasciando al sonno il compito di dipanare la matassa che blocca lo scorrere disinvolto delle ore.

II.
Però è solo mattina. Mi sono svegliato di buon'ora, ho fatto colazione, mi sono lavato via dagli occhi gli ultimi residui della notte, poi mi sono seduto in camera mia, il letto ancora disfatto e corrugato del mio sonno. Ho guardato fuori dalla finestra. Mi sono scoperto ineluttabilmente solo. Mi ha accolto nel mondo degli svegli un cielo pallido, un'aria immobile. Sembra che tutto sia rimasto impresso in un dagherrotipo sbiadito, che tutto sia anchilosato. Sono l'unica cosa che si muove in un magma rigido. Un'ora è l'Eternità che mi punzecchia, lo sento espressamente. Sento un peso che mi sbilancia su un lato costringendomi a non fermarmi mai, a ricercare l'equilibrio in un continuo ciondolìo irrequieto. Decido che è l'ora di un caffè. Così spezzerò l'insensata tensione verso il nulla e darò forma ai minuti. Con passi di lumaca molle mi dirigo verso la cucina. Le stanze sembrano digerirsi vicendevolmente. Non mi ero mai accorto di vivere in un'interminabile corridoio che ingloba una stanza nell'altra. Le pareti non svolgono il loro ruolo di separare spazi con funzioni diverse: tutto è prostrato all'unica funzione di essere una cella che mi rinchiude e mi soffoca. Sono incredibilmente annoiato. Prendo la caffettiera, la svito, estraggo il filtro ancora pieno del caffè vecchio. Lo gratto via con le dita: si è indurito e frammenti rimangono attaccati alle pareti della moka. L'acqua del lavandino scorre fredda, indugio in una pulizia eccessiva, maniacale, inutile. Guardo ancora fuori dalla finestra: l'autunno sta prendendo forma nelle foglie gialle e nel cielo basso. Sto sprecando l'acqua e ho voglia di caffé. Finalmente riempo il filtro di polvere, rovesciandone un poco nel lavandino con gesti svogliati. Richiudo e metto sul fuoco.
Una volta mi affascinava il fatto che le fiamme del fornello potessero assumere quel colore azzurro per poi riaccendersi di arancio in cima. Stavo a guardare la fiamma per diversi minuti perdendomi nei suoi riflessi cangianti, esattamente come faccio ora. Ma ora so che è tutto frutto di un processo chimico e non è più tanto divertente. Il mistero è svelato e io sono appiattito da un sapere dozzinale e deludente. L'ovvio ha sostituito la meraviglia. Poco male, l'acqua bollente ha iniziato a salire trascinando con sé la polvere profumata e formando un amalgama scuro e aromatico. Mi interessa soprattutto la caffeina ma mi regalo un'annusata veloce. Il profumo è buono e per un istante il mio orizzonte combacia con la tazzina da cui berrò presto. Un goccio di latte, non di più, poco zucchero. Non mi siedo, mi appoggio di fronte alla finestra della cucina, soffio sul liquido caldo, guardo fuori, guardo la tazzina, bevo un sorso, riguardo fuori. Il vapore sale e appanna leggermente il vetro. Solo i primi sorsi sono troppo caldi, subito la bevanda è pronta per essere buttata giù d'un colpo. Rimango con la tazzina vuota, i cinque minuti di evasione dalla mia casa che mi sta inghiottendo sono terminati.
III.
Ho di fronte a me l'eternità spezzettata in tanti secondi tutti uguali di cui è fatto un giorno. Non ambisco a nulla eppure mi sento manchevole di tutto.
Ripercorro lo spazio fino a camera mia, una volta arrivato accendo il pc: l'unica finestra attraverso la quale può giungere qualche stimolo esterno che mi smuova. Controllerò la mail, leggerò le notizie. Qualcosa capiterà. L'unica nota positiva è che sono già le undici e mezza, mi sono svegliato tardi e la giornata durerà di meno. Il momento del pranzo spezzerà la noia per portarmi stimoli gastrici e gesti finalizzati a qualcosa, al nutrimento, al movimento della mascella, all'attività intestinale. E' ancora presto, però. Se mangio adesso rischio di finire troppo in fretta e trovarmi davanti ad un pomeriggio di ore eterne ed immobili. Non ho voglia di ascoltare musica, ogni nota è così piatta quando la si costringe ad accompagnare la Noia, ogni frequenza risulta un ronzio vuoto, inespressivo. Il vuoto non si può colmare che con altro vuoto: accenderò la tv. La scatola di luce vomita parole ed immagini. C'è un programma dove la gente si diverte a cucinare ricette ogni giorno nuove. Ogni discorso ha la sola funzione di fornire un sottofondo ai gesti dei cuochi, ogni parola è superflua e si accosta ad altrettante ancora più inutili. Basta, cambio. Una televendita di pentole, cambio, una trasmissione dove c'è un presunto giudice che ascolta due donne sulla cinquantina che stanno litigando tra loro, cambio, un vecchio film western con i colori sgranati, cambio, un telegiornale. Proverò a guardare il telegiornale. Si parla di economia, parte un servizio sui consumi delle famiglie e le riprese di repertorio si susseguono l'una dopo l'altra in una soluzione di continuità azzardata: un negozio con un cassiere che serve il cliente e sorride, un mercato affollato, un'officina con gli operai intenti a compiere gesti meccanici, poi un'intervista ad un esperto, forse un economista, che snocciola dati e conclusioni. Torno indietro di qualche canale: frammenti di film western, le signore stanno ancora litigando, la televendita è finita e c'è un telefilm riciclato con macchine veloci e poliziotti, e ancora le ricette e le pentole fumanti. Spengo, è ora di pranzo. Fuori pioviggina e tira vento. Mi soffermo un attimo alla finestra per guardare se all'orizzonte ci sono segni di una schiarita. Tutto è ancora grigio e la città sembra inchiodata nel tempo, ora ancora più ferma, assopita nell'orario della pausa-pranzo.
IV.
Ho fame ma il frigo mi offre i soliti ingredienti, e poi non ho così voglia di cucinare ricette troppo impegnative. Una carbonara andrà bene. Forse le giornate noiose sono la giusta ricompensa per le persone noiose, penso. Intanto verso l'olio nel pentolino, lo faccio scaldare mentre strappo la velina di plastica della confezione di pancetta. Un senso di oppressione mi sta schiacciando, non ho più fame, vorrei addormentarmi o essere all'altro capo del mondo. Faccio un respiro, poi un sospiro. Verso la pancetta nell'olio bollente e lo sfrigolio dei cubetti di carne diffonde un odore intenso che mi fa ritornare l'appetito. Preparo le uova: uno intero e un rosso, parmigiano, pepe. Poi peso la pasta. Ne metto tanta per paura di sottovalutare la mia fame. Metto l'acqua a bollire, già calda per fare prima, nonostante non abbia nulla da fare per il resto del pomeriggio. Metto un disco che mi tenga compagnia mentre apparecchio e aspetto di buttare la pasta. Il vuoto è sempre presente ma ora è come se fosse innocuo, in un rispetto ossequioso della pausa pranzo del mondo. Sarebbe bello avere uno strumento per poter mandare avanti i minuti velocemente, come il “forward” dei vecchi lettori di cassette. Poi però ci vorrebbe anche il rewind, perché sicuramente si sbaglierebbe il momento dello stop facendo bruciare la pancetta o scuocere la pasta. Appunto. Spengo il fuoco, ormai la pancetta è croccante. L'acqua bolle, pochi minuti e mangerò. Il rewind, penso, a cosa serve se ho tanta voglia di andare avanti? La verità è che c'è sempre qualcosa su cui soffermarsi. C'è come una non-dispensabilità dei secondi quando ci mettiamo di fronte all'opzione, anche immaginaria, di bruciarli. La cosa non mi fa star granché meglio: il vicolo cieco è l'immagine che meglio descrive questa situazione di esistenza inceppata. Non si può far altro che assecondare la noia, oppure trovare la forza di combatterla. Oppure sperare in un intervento risolutore esterno. Mi accorgo che le vibrazioni della musica aleggiano negli spazi vuoti della casa, stagnando come il fumo in un locale pubblico qualche anno fa. La cosa mi infastidisce, faccio tacere lo stereo.
V.
Cosa mi annoia? E' difficile trovare una fonte precisa. La noia sono io? La noia è endogena? Non ha senso. Io al massimo sono noioso, l'ho già detto. Per cui posso essere una fonte di noia per qualcun altro. Quindi la noia è esogena, viene dall'esterno. Mi annoia questa casa dove ogni elemento è la prevedibilità che si oggettiva, mi tedia la ripetizione della routine, mi stancano i programmi mediocri della televisione. L'assenza di stimolo è il problema. Ma forse sono io che non sono ricettivo, perché se ci penso nel mondo là fuori succedono una miriade di cose. La noia allora è il frutto marcio di un sistema sociale repressivo, depressivo, che azzera le ambizioni e tarpa le ali. Perché dare la colpa al prossimo è poco educato, darla al “sistema” dà un tono e semplifica paradossalmente le cose, senza risolvere un bel niente. La verità è che sono solo nella mia giornata noiosa e nulla elettrizza il tempo stagnante e puzzolente che si rapprende negli angoli e negli infissi delle porte, così come nella pasta che ormai è pronta e va scolata e mangiata.
VI.
Il pranzo sfugge alle logiche inceppate che mi rendono tanto insopportabile questa giornata. Mangiare è una necessità slegata da ogni speculazione, una soddisfazione meccanica. Soddisfazione... Meccanica... Avrei voglia di scopare. Ecco, accidenti. Ma no, non vale. Il sesso è un desiderio ricorrente per nulla ascrivibile alla contingenza particolare in cui mi trovo infangato. C'è qualcosa di più sostanziale di una semplice pulsione carnale insoddisfatta. C'è un senso di attesa indefinita che mi innervosisce e mi rende irrequieto. Indolente. Eppure non tutto mi sembra vano. Mangio, e mentre mangio soddisfo l'appetito, il che mi infonde un senso di benessere precario ma presente. Permane però quella forza spirituale che mi schiaccia e mi spinge a tormentarmi, a girare su me stesso continuamente senza mai soffermarmi su un punto d'equilibrio. Mentre finisco il cibo nel piatto penso, e mentre penso fuori continua a tirare vento e a piovigginare, il cielo sempre grigiastro e cupo. La mia attenzione rivolta al “fuori” fino ad ora è stata una costante. Forse in questa attrazione sta la chiave per sbloccare la mia giornata noiosa. Ora sento che qualcosa si muove, destando la mia consapevolezza, rischiarando una lucidità che per tutta la mattina era rimasta assopita, schiacciata dall'ambiente viziato degli spazi funzionali di casa. Prigioniero, sono un prigioniero. Eppure non c'è catena e non ci sono sbarre, ma l'esattezza di questa sensazione è schiacciante. Il prigioniero vorrebbe fare mille cose ma non può. Così si arrovella, si angoscia, si distrugge di pazza impotenza, finisce con l'annichilirsi in uno stato larvale semi-cosciente. L'unica speranza sarebbe l'evasione, il salto nel vuoto dell'imprevisto. La scelta è la cerniera di giunzione tra uno stato e l'altro, tra la prigionia sonnacchiosa e il risveglio energico. Realizzo che devo uscire. Non ho in mente una meta ma l'importante è lasciarsi alle spalle queste stanze, questi mobili, questo vuoto domestico e trovarsi in quell'aria fredda che da dentro sembra immobile e ostile. Basta mangiare, avanzerò quel poco di cibo rimasto nel piatto. Mi alzo e sparecchio. Lentamente, questa volta vedendo nei miei gesti una collocazione temporale precisa. Preparo ancora un caffé, giusto perché l'abitudine me lo impone. E certe abitudini, così come alcuni vizi, sono da tenere in grande considerazione perché impongono ritmi e accenti addobbando il tempo. Nell'attesa scuoto dalle briciole la tovaglia: apro la finestra, il freddo è pungente e mi vivifica regalandomi un fremito. Respiro e mi convinco definitivamente che è là fuori la mia soluzione. Il caffé è pronto, lo bevo di fretta e rientro in camera mia, uscendo dalla cucina, passando per la sala, poi per il corridoio e infine varcando la soglia della mia stanza. Il computer è acceso, mi ricordo che volevo controllare la posta per poi dimenticarmene completamente. Non ne ho più alcuna intenzione, spengo il portatile impietosamente e comincio a spogliarmi per trovare una tenuta più adeguata al mondo là fuori.
VII.
Cammino già da un po', ha smesso di piovere, e man mano che vado avanti la cappa nera in cui mi ero ritrovato immerso svanisce. Ora l'orizzonte della mia giornata è definito. Non ho un vero e proprio obiettivo, né uno scopo. Ma sto modellando il tempo con i miei passi. Questo l'antidoto, per oggi. L'evasione è in corso e sono sopravvissuto al salto. Adesso respiro e scopro la mia libertà misurandola a passi lenti, senza fretta. Il mondo è sempre fermo, solo che adesso io mi muovo, scrutando anfratti che non potevo percepire nella staticità di pochi attimi prima. Vincere la noia è un fatto personale, non ha nulla a che vedere con l'attesa di interventi esterni, come non ha a che fare , almeno non necessariamente, con la trasformazione dell'ambiente che ci circonda. E' una questione interna, legata allo scrollarsi di dosso quella sensazione di passivo abbandono, di sconfitta, che lega e reprime. Non ho risolto niente ma mi sento vivo, questo l'importante. La mediocrità esiste ancora, il senso forse continua a latitare, sono sempre solo. Ma sono in movimento e calpesto la realtà calcando il passo. Come a volerle imprimere la mia presenza ostinata. Poi verrà sera, poi ancora mattina, mi troverò di nuovo in gabbia, forse. Ma tutto questo sarà dopo, un'altra volta, poi. Ora cammino.

Matteo Castello

Commenti