#5 Dischi di maggio (con l'➑) ∞

Prologo


Mi stropiccio gli occhi ed esco lentamente dal letargo. Dove sono? Una coltre di luce mi circonda e mi impedisce di distinguere il sole dai muri color pastello che mi circondano. Lentamente i riflessi accecanti si attenuano, le mie pupille si stringono e smettono di fissare il vuoto.
Sono in una stanza d’ospedale, che sia ancora tutto un sogno? Le pareti mezze bianche mezze azzurrine mi circondano come camici bianchi. Sono a letto, solo in una stanza vuota. Dalla finestra entra una luce accecante, calda e viva. Intravedo slanci di pioppi da qualche parte là fuori. Un formicolio mi assale gambe e braccia costringendomi a paralizzarmi all’istante. Fitte cominciano a pervadermi il corpo e tutto d’un tratto passo dal mio risveglio stupito alla mia sofferenza più atroce. Sembra che il mio corpo si stia risvegliando lentamente da anni di forzata paralisi. Le mie dita chiedono di afferrare qualcosa, le mie gambe vogliono correre, le mie braccia dimenarsi e perfino la lingua non ne vuol sapere di calmarsi. Il mio corpo che chiede vita. Movimento.
Fulmini cremisi di dolore mi s’infilano tra ossa e muscoli, per non pensarci stringo i denti e fisso l’armadio di metallo di fronte a me. Con rabbia. Sei tu la fonte del mio dolore, io ti ripudio, ti bandisco, vattene. Convulsioni. Il dolore si fa insopportabile, un picco lancinante e poi, lentamente, i lampi scemano in ruggiti isolati e la mia mascella si rilassa. Mi sento accaldato, questo tremendo risveglio mi ha fatto sudare freddo. Altre fitte mi scuotono ma questa volta sono docce gelate. Fremiti scomposti. Guardo le mie dita mentre le muovo, le apro, le chiudo, testo le mie nuove capacità. Sembrano a posto. Muovo quelle dei piedi sotto le coperte e anche quelle sembrano essere tutte intere e funzionanti. Mi sposto su un fianco, poi l’altro. Tutto ok.
Ma allora che ci faccio in un ospedale? Aspetto che le risposte entrino, in camice bianco, e mi facciano chiarezza.

Ho come la sensazione di essermi svegliato da un lungo sogno i cui non riesco a catturare i particolari. Lesti mi sfuggono agili. Cerco di assaporare quelle sensazioni che il sonno, come una tenebrosa sfuggente signora, ti lascia impresse al mattino. Al risveglio. Scampoli di vita mai vissuta, assaporata a fondo e presto dimenticata. Sento accettazione, calma, tranquillità, ma non riesco a ricordare nulla. Ho avuto un sonno intenso, lo so, ma non riesco a tirarci fuori che un sentimento di maturazione, grande sforzo morale. Mi sento una persona migliore ma non so perché. Avrò sognato grandi battaglie vinte a cavallo di un bianco destriero? Non ricordo nulla ma in questa luminosa attesa i miei pensieri non fanno che rincorrere i ricordi di un sogno rimosso e come, come instancabili bestie affamate, ci ritornano ogni volta che gli concedo un attimo di distrazione. Non faccio che rimbalzare dal mio forgotten dream alla mia shining reality.
Penso sia estate inoltrata. Un condizionatore acceso accompagna il ronzio della mia mente e attutisce un calore afoso che si fa avanti, ad ondate, attraverso i vetri alla mia destra. Mi chiedo se verrà mai qualcuno a salvarmi, a darmi delle risposte, anche solo due parole. Vorrei urlare, mi trattengo. Qualcuno entri, mi dica qualcosa. Anche solo una faccia sorpresa che sbuca dalla porta, mi guarda distratta e mi dice “scusi, devo aver sbagliato stanza”. Niente. Forse la porta è chiusa a chiave, forse io non dovrei essere qui. Magari sono un sonnambulo pazzo che è andato a rinchiudersi nella stanza di un ospedale, sta notte, e sto aspettando invano. Forse ho l’Alzheimer e tra cinque minuti mi risveglierò ancora e ancora e ancora per tutta la giornata. No, sto solo andando in paranoia, non ho l’Alzheimer e non sono sonnambulo.
La luce si fa più forte e mi costringe a stringere gli occhi. La stanza diventa un luccichio indistinto. Bianco, tutto bianco. Ricordo qualcosa. Un déjà vu. Io qui ci sono già stato. Sento che questa stanza bianca, indistinta, mi appartiene. Mi assalgono nostalgia e spaesamento mentre, lentamente, mi tornano in mente dettagli confusi. Dimenticati, rimossi. Ricordo stralci di una vita eterna, confusa nella mia mente, un groviglio di sogni e realtà.
Se la migliore storia della tua vita l’avessi solo sognata che persona saresti? Un ricordo filtrato attraverso occhi pieni di fumo. Se gli ultimi mesi della tua vita non fossero stati altro che un lungo, interminabile sogno, riusciresti a svegliarti? Ad aprire gli occhi e salutare questo mondo in frantumi? Fotogrammi mi passano davanti agli occhi come lampi a ciel sereno. Demoni armati fino ai denti. Tramonti sulla fine del mondo. Il caos dell’eternità e la lotta consapevolezza. Un guizzo di capelli neri, nerissimi, bui come la notte più profonda.
Se avessi dormito abbastanza a lungo da confondere sogno e realtà, come sapresti distinguerli aprendo gli occhi?
Ho così tanti ricordi che si accalcano e si ammassano nella testa che non mi accorgo della porta che si socchiude. Non è la mia dose di risposte ma solo una scena muta che io, intento a fissarmi le mani con occhi vuoti, mentre la mia mente viene violentata da una marea di luce, non percepisco. La porta si apre e una donna fa due passi verso di me e si porta una mano alla bocca. Io non vedo nulla ma l’aria si carica come il pianto di un neonato. Poi esplode. Quella vecchia signora di mia madre mi corre incontro e, come nemmeno i migliori giocatori di rugby, mi inchioda al letto con un placcaggio tecnicamente perfetto. Se la mia mente ancora vaga, sospesa tra sogni e realtà, il mio corpo viene travolto dalla sorpresa di una madre senza più speranze. Un pianto represso dilaga nella stanza. Parole senza senso e urla macchiate di lacrime. Vedo mio padre entrare per ultimo, dopo i medici, un po’ scosso, un po’ sorpreso, un po’ a disagio. Quasi come se non se lo aspettasse. Non lo biasimo.
Scoprirò più tardi del mio lungo sonno.
I medici mi dicono che è un mezzo miracolo, non ci credeva più nessuno. Guardando fuori dal finestrino dell’utilitaria che mi riporta a casa, ammetto che non ci avrei mai creduto neanch’io se non me l’avessero raccontato per tutto il giorno. Così tanto tempo… Sembra un’eternità. Mi sono scordato chi sono, come vivo, dove mangio e quanto dormo. Quando comincio a veder scorrere oltre il vetro opaco, scalfito dal tempo, le prime case familiari mi chiedo come avrò il coraggio di tornare a scuola. Di tornare a casa, di alzarmi la mattina e addormentarmi la sera facendo finta di aver fatto solo un lunghissimo sogno. Mi aspetta una vita da ricostruire dal nulla, se quello che mi hanno detto è vero.
Continuo a riservarmi il lusso di non credere a nulla.
Continuo a riservarmi il piacere di rievocare un paio di occhi azzurri come il mare. Occhi profondi e sorridenti che, assieme al mare nero di capelli, sono gli unici ricordi che mi rimangono di quell’avventura. Sono il dio che si è fatto uomo e giunto tra i mortali, non riconosce più la sua specie. Se fossi stato Gesù probabilmente mi sarei chiuso 33 anni in una grotta a chiedermi perché ero stato così folle da scendere in un posto del genere.
Possibile avere nostalgia di una vita che non abbiamo mai vissuto?
Credo di sì, altrimenti non mi spiegherei le fitte che mi attraversano il cuore, come questa piccola auto scarlatta che sfreccia in una campagna altrettanto grigia. Case che conosco, incroci che ho passato tante volte, strade che riesco ancora a tracciare col pensiero. Sono tornato nel mio mondo ma se tengo fisso lo sguardo, quel susseguirsi di case, alberi, prati, diventa così indistinto da sembrare quasi irreale, immaginario. Forse sto solo vivendo un altro sogno. Forse non mi sono davvero svegliato.
I miei genitori mi bombardano di domande a raffica e io mi difendo dietro un muro di monosillabi. “Boh” è il mio preferito: funziona con qualsiasi domanda. Non so se avete mai provato, ma non si può rispondere “no” a tutto: con “cosa vorresti per cena?”, sembra un po’ troppo falso. Invece “boh” funziona con tutto. Il monosillabo che calza a pennello in questa situazione di trauma. Forse risponderei “boh” anche se i miei occhi riuscissero a distaccarsi da quel vortice di case, alberi, prati che mi sfrecciano davanti agli occhi e si fondono in una varietà infinita di guizzi e lampi. La mia bocca asciutta, i miei occhi vuoti e la mia mente che viaggia come un treno in questi campi coperti di grano.
Se vi dicessero che un giorno dovrete rifiutare tutti i vostri sogni per accettare la realtà voi che fareste? Pillola rossa o pillola blu?
A quanto pare io ho scelto male. Pezzi di puzzle si muovono ubriachi nella mia mente vagando in cerca dell’anima gemella. La mia visione d’insieme si è persa nei colori dell’LSD e non ne vuole sapere di riprendersi. In questo cinema di periferia mezzo vuoto, s’infila una mano nei pantaloni quando vede gli addominali scolpiti di lui emergere, fradici di sudore, da sotto la maglietta un po’ troppo attillata. Ha ancora le idee confuse, è giovane e vergine. Ad ogni lavatrice c’è sempre un paio di mutande che non metti a lavare, diceva qualcuno. Le sue dita scorrono rapide a veloci, sicure, sanno il fatto loro e non smettono finché i titoli di coda non sgorgano copiosi ed estatici. Un orgasmo di tecnici delle luci e ringraziamenti speciali.
Poi il cinema chiude i battenti e la mia mente torna casta e vergine ad aggirarsi tra i miei ricordi cercando un filo conduttore. Un perché. Ma non lo trova e si perde in questo groviglio. Cerca risposte e per quel tozzo di pane, alza la veste ad ogni passante, lungo il marciapiede fumante. Lecca la spada ancora insanguinata con cui ha trafitto il mio vivere quieto. Una lingua volgare assapora vogliosa il sangue della mia confusione mentre scorre lungo la lama. Il rosso serpente della vita sfida il grigio metallo della morte. La lama taglia la lingua e la lingua lecca più avida. Ho venduto la mia realtà per angeli e demoni, adesso provare dolore è un feeling così inaspettato. Non ho più l’abitudine di sbattere le ciglia, spostare lo sguardo, passarmi una mano tra i capelli. Quando sogni, la mente si focalizza soltanto sui dettagli, sui ricordi più significativi, e lascia il resto in un buio indistinto. Sentire i discorsi dei miei genitori planare a mezz’aria, fuori dal mio campo uditivo, mi lascia interdetto. Sollevare il braccio e sentire un filo di sudore che ti scorre nelle narici. Incrociare un raggio di sole e socchiudere un occhio. Sono queste le cose che dimentichi, quando passi troppo tempo immerso tra neuroni e sinapsi.
Se ti dicessero che ciò che ti rende davvero vivo sono tutti i particolari che tralasci ogni giorno, diventeresti più attento?
Avevo sentito di un vecchio, in Nepal, che ogni giorno, subito dopo essersi svegliato, si torceva un capezzolo, per assicurarsi di essere sveglio. O di una donna nel Minnesota che ogni mattina teneva la testa immersa sott’acqua, nel lavandino, fino a che non si sentiva svenire. Perché dove finisce il sogno comincia la realtà ma dove finisce la vita finiscono entrambi.
Me l’avevi detto anche tu ma non ti avevo creduto.
E adesso pago i miei errori, la mia vanità, la tua bellezza.
Avevo una donna dagli occhi azzurri, i capelli neri, i sogni grandi e la mente aperta e l’ho persa.
Ma ripartiamo da capo.

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